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    November 04

    Autumn

    Quanto mi mancava osservare i colori dell'autunno. Sembra passato un secolo dall'ultima volta, invece è soltanto il tempo soggettivo quello che tende ad essere percettibilmente diverso, lungo oppure breve, noioso oppure esilarante, fisso oppure in movimento. La soggettività appartiene al singolo, non alla comunità.
    E' passato semplicemente un anno dall'ultimo autunno e non so cos'è che mi da la sensazione che sia trascorso molto più tempo. Ci sono momenti - lunghi o meno lunghi - in cui sia gli occhi della mente che quelli del cuore, non ne vogliono sapere di osservare il mondo. Lo guardano con indifferenza, apatia, superficialità. In quei momenti l'universo intero non avrà allora una buona definizione dell'immagine a colori, bensì in bianco e nero. Per tutto quel tempo i nostri occhi si perdono i colori più belli – e al contempo si perderà per strada anche qualche persona … ma nessuno sconforto per questo, me lo sono ripromessa. Perché sicuramente chi si è perso è qualcuno che non ha saputo aspettare, che non ha avuto voglia di tenerti la mano accompagnandoti nel viaggio più tortuoso e difficile della tua vita.

    Quando il mondo non è un’immagine a colori, anche il cuore stesso ci rimette; esso non è più in grado di fare da recettore delle emozioni, pare un pezzo di vetro, di ghiaccio… o una pietra. Qualcosa che, insomma, non avverte altro che freddezza e solo questa è capace di restituire.

    La stagione autunnale è arrivata da poco più di trenta giorni ormai, ma soltanto ieri sono rimasta incantata e affascinata dai suoi colori. Significa forse che prima di allora non vi erano colori così incantevolmente belli, così seducenti? Oh no, non è questo. Significa soltanto che qualcosa in me si è schiuso o si sta schiudendo, o magari si è trattato di un bellissimo momento di presa di coscienza. E’ come guardare a lungo un quadro ma senza mai contemplarlo, senza osservarlo, senza indugiare dinanzi ad esso. Ecco, questo non è osservare, questo è fissare. Fissare evoca immobilità, fissità, non-azione.

    Al contrario ieri mi è capitato qualcosa di straordinario; sono riuscita ad osservarlo di nuovo “il quadro” – il mondo. Ho nuovamente visto e ricordato cosa e quanto è capace di nascondersi dietro ad una mera immagine, racchiusa in una (significativa) cornice. Significativa e importante, sì, perché è la cornice innanzitutto che fa dell’immagine un oggetto e di questo oggetto un’opera. La cornice trasforma l’immagine in quadro.

    Avevo dimenticato gli splendidi vialoni alberati in pieno autunno, i viali camuffati di foglie fresche e vivide
    non ancora avvizzite, con i tipici colori autunnali…
    Tornavo a casa così, serena, in tarda mattinata. Con gli occhi illuminati dai
    tanti colori. Quelli che si vedono solo col cuore e con la mente.

    [...] la tua Leggenda Personale. [...] è quello che hai sempre desiderato fare. Tutti, all'inizio della gioventù, sanno qual è la propria Leggenda Personale. In quel periodo della vita tutto è chiaro, tutto è possibile, e gli uomini non hanno paura di sognare e di desiderare tutto quello che vorrebbero veder fare nella vita. Ma poi, a mano a mano che il tempo passa, una misteriosa forza comincia a tentare di dimostrare come sia impossibile realizzare la Leggenda Personale. [...] Sono le forze che sembrano negative, ma che in realtà ti insegnano a realizzare la tua Leggenda Personale. Preparano il tuo spirito e la tua volontà. Perché esiste una grande verità su questo pianeta: chiunque tu sia o qualunque cosa tu faccia, quando desideri una cosa con volontà, è perché questo desiderio è nato nell'anima dell'Universo. Quella cosa rappresenta la tua missione sulla terra. [...]
    l'Anima del Mondo è alimentata dalla felicità degli uomini. O dall'infelicità, dall'invidia, dalla gelosia. Realizzare la propria Leggenda Personale è il solo dovere degli uomini. Tutto è una sola cosa. E quando desideri qualcosa, tutto l'Universo cospira affinché tu realizzi il tuo desiderio.

    Giuseppe Arcimboldo - Autumn 
    “Non si vede bene che col cuore..l'essenziale è invisibile agli occhi... Troppo spesso la prima impressione è proprio quella giusta..non c'è niente da fare lui ha sempre ragione se decide che è così, è così...”

    October 24

    il tempo

    Il tempo scorre inesorabilmente e questa è una delle cose che più mi fa paura, perché su questo mi sento tremendamente impotente.
    L'impotenza è la peggiore di tutte le cosapevolezze.
    September 20

    distance . . .

    se le distanze fisiche e materiali si potessero annullare... molte cose cambierebbero.

    September 15

    la pioggia, il mare.

    .. il cielo è nero inchiostro, le nuvole assenti perché disperse nel
    buio od occupate a mandare già acqua a catinelle... In cielo più
    nessuna stella. La luce dei lampioni rischiara piccoli tratti di strada
    e questa luce, nel riflesso delle pozzanghere, ...sembra la luna sopra al
    mare che, la sera tardi, riflette sulla superficie dell'acqua che è una
    meraviglia.. Mi piace immaginarla così, la luce di questi lampioni.
    Come la luna di notte riflessa nel mare.

    Dolcemente‘notte...

      

    August 31

    Artur Rimbaud - da 'Lo sposo infernale'...

    questo scritto mi tiene attaccato allo scorrere delle parole, una dopo l'altra. E' talmente scorrevole che mi rapisce, mi tira dentro nel suo vortice di emozioni, pensieri, dialoghi in cui ci coinvolge appieno nella lettura, come se stesse parlando con noi, con lui, con sé, un monologo interiore e chissà cos'altro.

    È un demonio, sapete, non è mica un uomo.

    Questo racconto suggerisce un distacco dai beni materiali.. al rapporto tra l' "esterno", dove non si può dire sia delineato un confine netto tra "luce" e "ombra/oscurità", e il "come se", giocato su un confine fatto di sfumature, ma anche, per altri versi, di ben precise differenze .

    Bello, e quasi struggente nel suo essere così profondo.

    _

    "Sono schiava dello Sposo infernale, quello che ha dannato le vergini folli. Proprio lui, quel demonio. Non è uno spettro, non è un fantasma. Ma io che ho perso il senno, io che sono dannata e morta per il mondo, - non mi uccideranno!
    - Come descriverlo! Non so più neanche parlare. Sono in lutto, piango, ho paura. Un po' di refrigerio, Signore, se non vi dispiace, sì, se non vi dispiace! "
    "Sono vedova... - Ero vedova... - ma sì, sono stata molto seria, un tempo, e non ero nata per diventare scheletro!... Lui, quasi un bambino... Le sue delicatezze misteriose mi avevano incantata. Ho dimenticato, per seguirlo, tutto il mio dovere umano.
    Che vita! La vita vera è assente. Noi non siamo al mondo. E dove va lui, vado io, è indispensabile. E spesso va in collera contro di me, me, pover'anima. Demonio! - È un demonio, sapete, non è mica un uomo.
    Molte notti, quando il suo demonio mi ghermiva, rotolavamo insieme, lottavo con lui! - Di notte, spesso, si appostava ubriaco per le strade o nelle case, per spaventarmi a morte...
    A volte parla della morte che fa pentire, degli infelici che sicuramente esistono, delle partenze che straziano il cuore. Nelle bettole in cui ci ubriacavamo, piangevamo considerando quelli che ci stavano attorno, bestiame della miseria. Rialzava gli ubriachi nei vicoli oscuri. Aveva la pietà d'una madre cattiva per i bambini piccoli...
    Io lo seguivo, è indispensabile!"
    "Vedevo tutto l'addobbo di cui, mentalmente, si circondava: gli attribuivo armi, un altro aspetto. Vedevo tutto ciò che lo riguardava da vicino, come avrebbe voluto crearlo per sé. Quando mi sembrava che avesse lo spirito inerte, lo seguivo, io, in azioni strane e complicate, lontano, buone o cattive: ma ero sicura di non penetrare mai nel suo mondo. Accanto a quel caro corpo addormentato, quante ore della notte ho vegliato, chiedendomi perché volesse tanto evadere dalla realtà. Nessun uomo formulò mai un desiderio simile.
    Riconoscevo, - senza temere per lui, - che poteva rappresentare un pericolo grave per la società.
    Ha forse qualche segreto per cambiare la vita? No, mi rispondevo, lo cerca soltanto.
    Insomma, la sua carità è stregata, e io ne sono prigioniera..
    E purtroppo! dipendevo sul serio da lui. Ma che voleva con la mia esistenza scialba e vile? Non mi rendeva migliore, anche se non mi faceva morire!
    Tristemente stizzita, a volte gli dissi: 'Ti capisco'.
    Scrollava le spalle."
    "Così, poiché il mio affanno si rinnovava di continuo, e mi ritrovavo più smarrita ai miei stessi occhi, - come a tutti quegli occhi che avessero voluto guardarmi, se non fossi stata condannata per sempre a essere dimenticata da tutti! - avevo fame della sua bontà, sempre di più. Con i sui baci e i suoi amplessi amici, era veramente un cielo fosco quello in cui entravo, e dove avrei voluto che mi lasciassero, povera, sorda, muta, cieca.
    Ormai mi stavo abituando. Vedevo noi due come bravi ragazzi, liberi di vagabondare nel Paradiso della Tristezza. Ci mettevamo d'accordo. Lavoravamo insieme, molto commossi. Ma dopo una carezza penetrante mi diceva: "Come ti sembrerà strano, quando io non ci sarò più, tutto quello che hai passato. Quando non avrai più le mie braccia sotto la nuca, né il mio cuore per il tuo riposo, né questa bocca sopra i tuoi occhi. Poiché un giorno io me ne andrò, molto lontano... E poi devo aiutare altri: è il mio dovere. Anche se non è troppo augurabile... cara anima..."
    Di colpo mi sentivo, partito Lui, in preda alla vertigine, precipitare nell'ombra più atroce: la morte. Gli facevo promettere di non abbandonarmi mai. L'avrà fatta venti volte, questa promessa d'amante. Leggerezza, come quando gli dicevo: 'Ti capisco'.
    "Ah! di lui non sono mai stata gelosa. No, non credo che mi abbandonerà. Che farebbe? Non ha conoscenti, non lavorerà mai, vuol vivere sonnambulo. La sua bontà e la sua carità, potrebbero dargli diritto al mondo reale? Ogni tanto dimentico la miseria in cui sono caduta: mi renderà forte, viaggeremo, andremo a caccia nei deserti, dormiremo sui selciati delle città sconosciute, senza cure, senza dolori. Oppure mi sveglierò, e le leggi e i costumi saranno mutati - grazie al suo potere magico, - e il mondo, pur rimanendo lo stesso, mi abbandonerà ai miei desideri, alle gioie, alle indolenze.
    Oh! la vita d'avventure che esiste nei libri per bambini, a me, che ho sofferto così tanto, per ricompensa, la darai? Non può. Ignoro il suo ideale. Mi ha detto di avere rimpianti, speranze: tutte cose che non devono riguardare me.
    Parla con Dio? Forse dovrei rivolgermi a Dio. Sono nel profondo dell'abisso, e non so più pregare. Se mi spiegasse le sue tristezze, le capirei meglio delle sue canzonature? Si infuria contro di me, passa ore ed ore a farmi vergognare di tutto quel che al mondo poteva starmi a cuore, e se piango si indigna. "Vedi quel giovanotto elegante che entra in quella bella casa serena: si chiama Duval, Dufour, Armand, Maurice, che ne so? Una donna si è consacrata all'amore di quell'iniquo imbecille: è morta, e adesso è certamente una santa, in cielo. Tu mi farai morire, come lui ha fatto morire quella donna. È la nostra sorte, noi cuori caritatevoli..."
    Certi giorni ogni uomo gli pareva che agisse in balia di deliri grotteschi: allora rideva spaventosamente, a lungo. Poi... riprendeva i suoi modi di giovane madre. Se fosse meno selvatico, saremmo salvi! Ma anche la sua dolcezza è mortale. E io gli sono sottomessa..."

    August 23

    Princìpi (prìncipi?)

    Ogni tanto bisogna ricordare che alcuni dei più significativi – ed essenziali – principi, derivano dalle generazioni più antiche di filosofi e letterati. Un principio fondamentale della tossicologia per esempio, enunciato da Paracelso qualcosa come 500 anni fa, dice: “è la dose che fa il veleno".
    Ed io, banalmente, mi domando: la dose fa il veleno anche di sentimenti come la Passione?

    [e dell’amore?]



    August 22

    La casa di Asterione (ovvero il mito del Minotauro) - di J.L. Borges

    Fonte: Comedonchisciotte.org

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    Nel racconto di Borges risalente al 1949, l'autore affronta il mito di Asterione, meglio noto come il Minotauro, rinchiuso nel Labirinto di Dedalo e infine ucciso dall'eroe Teseo. Quella di Borges è una riflessione sulla diversità, le apparenze e le finzioni: una chiave per interpretare la realtà.

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    So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole. E vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito)* restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole. Non troverà qui lussi donneschi ne' la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine.
    E troverà una casa come non ce n'è altre sulla faccia della terra. (Mente chi afferma che in Egitto ce n'è una simile.) Perfino i miei calunniatori ammettono che nella casa non c'è un solo mobile. Un'altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero. Dovrò ripetere che non c'è una porta chiusa, e aggiungere che non c'è una sola serratura? D'altronde, una volta al calare del sole percorsi le strade; e se prima di notte tornai, fu per il timore che m'infondevano i volti della folla, volti scoloriti e spianati, come una mano aperta. Il sole era già tramontato, ma il pianto accorato d'un bambino e le rozze preghiere del gregge dissero che mi avevano riconosciuto. La gente pregava, fuggiva, si prosternava; alcuni si arrampicavano sullo stilobate del tempio delle Fiaccole, altri ammucchiavano pietre. Qualcuno, credo, cercò rifugio nel mare. Non per nulla mia madre fu una regina; non posso confondermi col volgo, anche se la mia modestia lo vuole.
    La verità è che sono unico. Non m'interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l'arte della scrittura. Le fastidiose e volgari minuzie non hanno ricetto nel mio spirito, che è atto solo al grande; non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue una lettera dall'altra. Un'impazienza generosa non ha consentito che imparassi a leggere. A volte me ne dolgo, perché le notti e i giorni sono lunghi.
    Certo, non mi mancano distrazioni. Come il montone che s'avventa, corro pei corridoi di pietra fino a cadere al suolo in preda alla vertigine. Mi acquatto all'ombra di una cisterna e all'angolo d'un corridoio e giuoco a rimpiattino. Ci sono terrazze dalle quali mi lascio cadere, finché resto insanguinato. In qualunque momento posso giocare a fare l'addormentato, con gli occhi chiusi e il respiro pesante (a volte m'addormento davvero; a volte, quando riapro gli occhi, il colore del giorno è cambiato). Ma, fra tanti giuochi, preferisco quello di un altro Asterione. Immagino ch'egli venga a farmi visita e che io gli mostri la casa. Con grandi inchini, gli dico: "Adesso torniamo all'angolo di prima," o: "Adesso sbocchiamo in un altro cortile," o: "Lo dicevo io che ti sarebbe piaciuto il canale dell'acqua," oppure: "Ora ti faccio vedere una cisterna che s'è riempita di sabbia," o anche: "Vedrai come si biforca la cantina." A volte mi sbaglio, e ci mettiamo a ridere entrambi.
    Ma non ho soltanto immaginato giuochi; ho anche meditato sulla casa. Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa e un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo. Tuttavia, a forza di percorrere cortili con una cisterna e polverosi corridoi di pietra grigia, raggiunsi la strada e vidi il tempio delle Fiaccole e il mare. Non compresi, finché una visione notturna mi rivelò che anche i mari e i templi sono infiniti. Tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l'intricato sole; in basso, Asterione. Forse fui io a creare le stelle e il sole e questa enorme casa, ma non me ne ricordo.
    Ogni nove anni entrano nella casa nove uomini, perché io li liberi da ogni male. Odo i loro passi o la loro voce in fondo ai corridoi di pietra e corro lietamente incontro ad essi. La cerimonia dura pochi minuti. Cadono uno dopo l'altro; senza che io mi macchi le mani di sangue. Dove sono caduti restano, e i cadaveri aiutano a distinguere un corridoio dagli altri. Ignoro chi siano, ma so che uno di essi profetizzò, sul punto di morire, che un giorno sarebbe giunto il mio redentore. Da allora la solitudine non mi duole, perché so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d'uomo? O sarà come me?
    Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue.
    "Lo crederesti, Arianna?" disse Teseo. "Il Minotauro non s'è quasi difeso."

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    Il racconto è tratto dall' "Aleph" di J. L. Borges, Ed. Feltrinelli.
    Nota:
    [*] L'originale dice quattordici, ma non mancano motivi per inferire che, in bocca di Asterione, questo aggettivo numerale vale infiniti.

    July 18

    La forza del vento

    Stamattina tempo stranissimo, con luci stranissime e sensazioni altrettanto strane per me, essendo io molto meteoropatica.

    Luci particolari, stralci di raggi di un fioco sole trapassano qua e là tra le nuvole, formando qua un arco di luce, là un'ombra.

    Nubi gigantesche affollano il cielo, il forte vento forma qua e là mulinelli che portano a volteggiare foglie e cartacce in una spirale senza sosta, una breve ma animata danza la cui musica protagonista è il soffio impetuoso del vento... e quando sono ormai a mezz'aria, liberi da movimenti rapidi e vorticosi, ondeggianti e dondolanti ricadono a terra come piume, tornando ad essere oggetti inanimati di sempre.
    July 08

    Dimenticanza o rimozione?

    Parlavo con una persona ieri, una persona con cui ho condiviso l'infanzia, avendo fatto l'asilo insieme. Mi parlava di quando eravamo piccole, di quanto spesso andavamo io e le altre amichette a casa sua a giocare. Mi sono sentita piccina piccina in quel momento, quasi stupida, in senso lato. Era una di quelle situazione in cui ti ritrovi a pensare di doverti giustificare dal fatto che "lui/lei si ricorda e tu no", ché sembra quasi di trasmettere un pensiero simile a "non è contato niente per me e quindi me ne sono dimenticata". Sembra. Ovviamente non è sempre così.
    Succede invece che talvolta si dimentica perché si vuole dimenticare. Ora, a parte questa singolare situazione in cui può darsi sia realmente una dimenticanza dovuta al passare del tempo, stamattina mentre pattinavo per la solita (per chi ormai mi conosce e sa) simil campagna mi sono ritrovata a riflettere su situazioni analoghe.

    Intanto, prendendo la situazione qui sopra come spunto, mi domando: se è vero che ci sono situazioni in cui può darsi che le cause di dimenticanza siano dovute al passare del tempo, allora come mai l'altra persona lo ricorda benissimo? Sono d'aiuto le fotografie, quello sicuramente. Cosa che lei mi ha accennato di avere sin dai tempi dell'asilo, appunto. Io no, non le ho quelle fotografie. Foto a parte. Si potrebbe banalmente dire che una persona ha più memoria di
    un'altra. Ma è troppo scontato, troppo sciocca come spiegazione o almeno non è quella che io ricerco.

    Piuttosto mi domando se una persona dimentica - pensa di dimenticare - perché vuole dimenticare. E allora la dimenticanza-da-scarsa-memoria si trasforma molto più "semplicemente" in rimozione. Cos'è la rimozione? Freud, nella psicanalisi, chiama rimosso il processo di costituzione dell'inconscio che diviene deposito di rappresentazioni legate a una pulsione o a un desiderio, il cui soddisfacimento sarebbe in contrasto con altre esigenze psichiche. Più semplicemente, come meglio preferisco esprimere tutto ciò, è il processo per cui vengono resi inconsci idee, impulsi, ricordi, ecc., che costituirebbero altrimenti fonte di angoscia e senso di colpa; è un meccanismo di difesa contro il loro emergere. E anche in psicologia - che solitamente ha un approccio diverso con l'individuo, vine detto di rimozione un meccanismo psichico che allontana dalla coscienza desideri, pensieri o residui mnestici considerati inaccettabili e insostenibili dall'Io e la cui presenza provocherebbe dispiacere o, di nuovo come detto prima, angoscia.

    Infine la mia domanda provocatoria è questa. La maggior parte dei nostri(vostri) vissuti, sono stati dimenticati per la cessata stimolazione involontaria del pensiero, oppure per una cessata stimolazione volontaria del pensiero? Ovvero, "tu" hai dimenticato perché il passare del tempo ti ha portato naturalmente
    a rendere meno nitidi i ricordi, rendendoli più evanescenti, oppure è stata la tua volontà a volerlo? E se è vera quest'ultima, perché? - domanda retorica.


    un saluto e buona giornata a tutti i lettori.

    July 06

    #a qualcuno (saprà lui/lei chi?)

    ti "apri" con una persona e poi, questa, sparisce. Nemmeno a dirsi "inaspettatamente" poi, perché oramai - molti lo sanno - io mi aspetto un po' tutto da tutti. Cinismo? Sarà. Ma poco importa. Fatto sta che il mio diffidare delle persone aumenta sempre di più e, insieme, si consolida il mio disprezzo per la falsità, anche minima, anche quelle piccole bugie a fin di bene. A a fin di bene per chi scusa!? Fatemi il piacere.
    Molte frasi-fatte son diventate solo una convenzione, prive di qualsiasi contenuto e significato, spesso - a ben vedere - senza alcuna connotazione, solo denotazioni convenzionali.




    Cambiando "riferimento", "destinatario", anche se rimarrà in entrambi i casi a voi oscuro, ma rimanendo sempre più o meno in tema...

    Che stile di vita è quello che si fonda sulle menzogne?
    Che tipo di vita sceglie uno/a che, pur pensando di non far del male a nessuno - ma che coscientemente sa bene che non è così - continua a mentire agli altri e persino a se stessa/o?

    Eppure a qualche domanda saprei anche rispondere, ma prevarrebbe la rabbia. Non mi rimane che astenermi e riflettere  (e rispondermi) in silenzio.
    July 04

    E' ancora tempo

    E' da molto tempo che non scrivo più qui di me. Di me né delle mie riflessioni, dei miei pensieri, delle mie giornate e "avventure".
    Se c'è un perché? Non me lo sono chiesto fino ad ora.  Stanotte poco prima di addormentarmi, d'istinto mi è venuto da scendere dal letto per scrivere un post proprio da mettere qui, ma dalla troppa stanchezza ho dovuto rimandare.. Pensavo me ne sarei dimenticata.. invece eccomi qui.
    Se c'è un perché quindi chiedevo.. Sì, un perché c'è, anche se ancora non troppo certo. Non avevo più desiderio che la gente mi leggesse. Perché leggermi significa leggermi dentro. Quando io scrivo, le mie parole sono letteralmente il riflesso della mia anima. Ed è questo ciò di cui non avevo più voglia (voglia o semplicemente paura?), che la "gente", o amici più intimi, sapessero troppo di me, dei miei continui cambi di umore, delle disavventure, ire, gioie e felicità, dolori e angosce.



    E ora, intanto, mi chiedo... Che cosa scaturisce un pensiero?
    e' vero che la parola "pensiero" può essere utilizzata in riferimento a molti altri verbi...
    come ricordare, decidere, immaginare, fantasticare, creare, valutare, credere, ragionare...
    Ma è di per sé, le parole connesse al pensiero si usano quando nel vissuto soggettivo di una persona
    "c'è qualcosa in più" rispetto a ciò che deriva direttamente dai processi sensoriali.
    Un qualcosa in più che può riferirsi al presente, al passato, al futuro..
    Ma che cosa muove IL pensiero?


    Credo che ricomincerò a scrivere. Sicuramente dopo che avrò dato imminente esame in Economia della cultura mi dedicherò di nuovo moltissimo al mio blog di cucina ma cercherò di ritagliarmi del tempo per tornare a scrivere anche in questo spazio che a lungo mi ha consentito di liberarmi da molte angosce, mi è stato caro e di grande aiuto. Uno spazio troppo prezioso, per me, per buttarlo ora nel dimenticatoio.

    A presto..
    July 03

    Parole nel vento

    Parole nel vento - Stadio

      
    Dove sono adesso dimmi,quelle parole d'amore
    dove sono quei baci e quel tuo modo d'amare
    così disperato e dolce, tenue come la neve
    così naturale in tutto, così violento e lieve.

    E dove va a finire dimmi, l'amore quando non c'è più
    se tu conosci il posto vado, magari vieni anche tu
    che ci riprendiamo indietro, quello che abbiamo buttato,
    perché non posso pensare, che è stato un sogno mancato,
    e che erano solo...

    Parole nel vento un lampo un momento
    un sogno di gloria, la nostra vittoria.
    Su questo mare piatto di una vita tranquilla,
    che noi non cercavamo, ma che poi ci
    attorciglia.
    Modella i pensieri, amore di ieri,
    dove sei, dove sei.

    E come sono adesso dimmi, come stanno le tue mani
    sono lisce come allora, quando nel buio mi sfioravi.
    Quando c'era da scoprire, ogni giorno qualcosa
    quando mi dicevi senti, che buon profumo di rosa
    ma forse erano solo...

    Parole nel vento un lampo un momento
    un sogno di gloria, la nostra vittoria.
    Su questo mare piatto di una vita tranquilla,
    che noi non cercavamo, ma che poi ci attorciglia.
    Modella i pensieri, amore di ieri,
    dove sei, dove sei.
    June 15

    Un mattino da raccontare

    post scritto domenica 14 giugno


    questo mattino è stato meraviglioso... per questo ci tengo raccontarlo. 
    La sveglia (biologica) mi ha fatto aprire gli occhi alle ore 5.00, all’incirca. Mi sono alzata con l’illuminazione di un nuovo tipo di biscotti. Allora ho preso il mio diarietto dove appunto le mie creazioni e ho iniziato a scrivere e appuntare. Poi vi farò sapere se è venuto bene… è abbastanza originale, particolare, da abbinare… ai formaggi! o almeno questa è l’idea. Formaggi non leggeri, ma piuttosto gustosi, saporiti, “spessi”. Sono biscotti alla noce moscata ed essenza di arancia, ricoperti di granelli di zucchero di canna e un mix di pepi e cacao amaro.
    Ho preparato l’impasto e messo in frigo a far riprendere consistenza al burro… Lo avrei ripreso poi nel pomeriggio: nel frattempo ho preparato la colazione a mia mamma per quando si sarebbe svegliata.. crema di nocciole al cioccolato fondente, pane tostato, yogurt al lampone (fatto da me), una coppetta di pop-corn dolci glassati al caramello e un piattino di burro da spalmare sul pane.

    Mi sono cambiata, lavata, vestita… e sono uscita in rollerblade. Avevo intenzione di andare fino  all’
    Azienda Agricola di Bollate per prendere il latte crudo.. e così ho fatto. Armata di zainetto, bottiglia in vetro, mp3… Ho impiegato un’oretta.. e dopotutto ne è valsa la pena. Infatti è stato un tragitto meraviglioso quello che ho fatto per arrivare all’azienda, fino ad oggi raggiunta sempre in macchina.
    Che paesaggi… e che quiete a quell’ora! ..mi sembrava davvero di essere in campagna, mancavano soltanto le vallate, i recinti di case agricole, pecore al pascolo (e poi magari Heidi e Peter :D)… era bello davvero. Quanto più mi avvicinavo alla cascina, tanto più l’odore di stalle, di fieno, di mucche e cavalli riempiva l’aria circostante. E non aspettatevi che vi dica ‘che puzza’, perché a me infonde una sensazione di benessere ineguagliabile.
    Il percorso è stato a tratti pista ciclabile - marciapiede pedonale – strada e persino un ponte. Quasi tutte le strade costeggiavano caseggiati con immensi giardini verdi, tantissimi campi di pannocchie, di grano, per ora ancora in fase di maturazione. Infatti la semina dei chicchi di mais – future pannocchie – viene solitamente fatta nel mese di maggio: a
    inizio mese scorso, passando sempre per quelle strade in macchina, vedevo i contadini che col loro grosso “carro” (non mi viene in mente il nome della macchina apposita che usano per seminare nei campi) inseminavano e inseminavano… avanti e indietro per tutto il campo già dalle 6.00 della mattina. ‘na faticaccia. Un mese dopo la semina i chicchi si possono osservare già i germogli – ed è quello che ho potuto vedere io stamattina - Si vedono spuntare dalla terra delle piccole piantine che arrivano poco sopra al ginocchio. Sono di un verde tale che mette gioia solo a guardarlo… illumina gli occhi… e il colore brillante assieme alla tenerezza dell’ancora giovane piantina fanno quasi sorridere e gioire insieme. Durante l’estate la crescita delle piantine di mais avviene a dismisura… Dopo circa tre/quattro mesi le piante raggiungono quasi il metro e mezzo di altezza. Infine, ad ottobre, avviene la spannocchiatura… e la cosa curiosa è che questa viene fatta quando le piante sono ormai diventate secche, quando assumono cioè un colore giallognolo, più sull’ocra, color ocra chiarissimo. Perché è allora che ci si intrufola fra le piante secche per staccare le pannocchie mature.
    Ricordo che tanti anni fa una bambina andava insieme ai suoi piccoli amici a rubare le pannocchie in questi campi… dico rubare perché è ovvio che non si potrebbe. Questa bimba, come del resto tutti gli altri bambini, non sapevano nemmeno cosa ne avrebbero fatto con quelle pannocchione giallissime… ma il gusto di andare a prendere qualcosa in proprietà private,  riempire sacchetti di plastica del supermercato e fuggire a più non posso con il cuore in gola che batte all’impazzata, la paura di essere visti… e tornare a casa col fiatone della corsa e gridare ‘mamma mamma guarda che cos’ho qui!!’ col sorriso stampato in faccia… ecco, tutto questo non ha prezzo.
    Quella bimba ero io.

    Più avanti, oltre i campi e le piantine di mais, v’erano poi delle case e ognuna di esse aveva come delle aie, dei cortili antistanti le case che separano le stesse dalla strada con un piccolo giardino. Le mura relativamente alte dei giardini diventavano quasi inesistenti poiché travestite da piante rampicanti Jasminum, stracolme dei loro profumatissimi fiori. Ed è di lì, che passando veloce con i miei pattini, sfioravo meravigliosi gelsomini in fiore, di cui mi inebriavo dell’intenso e intrigante profumo, quasi pungente, forte e quasi estatico.
    A seguire, qua e là piante di glicine la cui profumazione era sottile ed evanescente; infatti quei glicini – o finti grappoli d’uva ? –
    erano di un colore violetto sbiadito, poiché evidentemente giunto oramai al termine della sua fioritura, nonostante la pianta rimanga fronzuta fino ad autunno inoltrato.
    Il percorso a ritroso non è stato una noiosa ripetizione, ma anzi, occasione di ulteriore meraviglia e piacere.


    May 17

    Quando si dice che si "parla solo perché si ha la bocca"

    Troppo spesso le persone parlano di qualcosa di cui non conoscono nemmeno il significato. Così come parlano di Amore, senza averne mai neppure provato la consistenza materiale, il suo odore, la sua forma.
    Così come parlano del Dolore, persone in sé povere e superficiali, cosa mai avranno di vero da dire sul dolore?

    E così come parlano di questo, osano pronunciarsi su molto altro ancora senza alcun rispetto dell'altrui sensibilità.



    (e non pensate stia parlando indirettamente di me, non è del tutto così. Magari sì, ma solo in parte. Tendo sempre a universalizzare le esperienze, mie ma anche di terzi).


    February 15

    La metropoli e il suo doppio. Mauro Pala, saggi.

    [...] gli unici casi in cui Quinn prova ancora gioia genuina, sono le passeggiate attraverso Manhattan: “la cosa che preferiva fare in assoluto era camminare: quasi ogni giorno, col bello o col brutto tempo, col caldo o col freddo, usciva dal suo appartamento e andava a zonzo per la città: non è che avesse una meta precisa, andava semplicemente ovunque lo portassero le gambe”.
    Camminare in città diventa allora per Quinn una terapia e il confuso susseguirsi dei luoghi agisce su di lui come un efficace ansiolitico:

    Ogni volta che faceva una passeggiata, era come se si lasciasse alle spalle la propria persona e, arrendendosi al movimento delle strade, riducendosi a un occhio che guarda, riusciva a sottrarsi all’obbligo di pensare, il che, più di ogni altra cosa, gli concedeva un po’ di pace, un salutare vuoto interiore [...].
    New York era uno spazio inesauribile, un labirinto di passi interminabili, e per quanto lontano si spingesse, per quanto a fondo arrivasse a conoscerne i quartieri e le strade, la città lo faceva sempre sentire smarrito. Smarrito non solo dentro la città, ma anche dentro se stesso [...]. Durante le sue passeggiate migliori, riusciva ad avere la sensazione di non essere in nessun posto. [...]
    New York era il nessun posto che si era costruito intorno, e adesso sapeva di non aver più alcuna intenzione di andarsene (CG, p. 6).

    Passeggiare apre le porte dell’esperienza, anzi rende coscienti della genesi di qualsiasi esperienza genuinamente moderna. “Chi cammina a lungo per le strade senza meta viene colto da un’ebbrezza.  Ad ogni passo l’andatura acquista una forza crescente; la seduzione dei negozi, dei bistrot, delle donne sorridenti diminuisce sempre più e sempre più irresistibile si fa, invece, il magnetismo del prossimo angolo di strada”.

    Walter Benjamin
    teorizza così la figura del flâneur il quale, mescolandosi alla folla nel suo girovagare, prova un’ebbrezza che annulla la sua identità. È lo stesso anonimato cui tende David Quinn, quando si fa sopraffare dalle sensazioni molteplici che solo la metropoli può offrire.
    Per molti teorici della modernità tra cui lo stesso BEnjamin, la città, crescendo oltre certi limiti diviene così metropoli, luogo “dove si impone il Geist, non l’individuo”, schiaccia il singolo nella sua im
    mensità. La letteratura modernista registra questo disagio, deprecandolo, mentre nel modo di sentire postmoderno abbiamo una “Babele priva dei tratti inquietanti e distopici della città satanica che Eliot aveva lasciato in eredità”.
    February 12

    12 . 09 . 09

    Sono giorni di sole e di vento. Il cielo terso, le nuvolette che si spostano veloci, i mulinelli di vento che sollevano piccole spirali di cianfrusaglie – giornali, fogliame, carte, cartine.
    All’orizzonte – la mattina presto – il sole sembra accendersi su uno spartifiamma: la luce si propaga, orizzontalmente all’infinito (l’infinito delle mie possibilità visive); è un fascio rossiccio che tende all’arancio, un arancio di stagione, l’arancio colore dell’amore per la vita e colore di chi guarda lontano davanti a sé; questo fascio di luce indescrivibile sovrastato dall’azzurro naturale di un cielo appena sveglio e su cui si stagliano fili giocosi e colorati che si divertono ad intrecciarsi lungo quel fascio di luce, che si stende e si abbandona sconfinatamente.
    E così mi sembra di vedere questi fili all’orizzonte (si, mi rifaccio all’opera di Sciascia. E chissà se anche il Vice si soffermerebbe altrettanto su queste visioni…) che si incontrano e si scontrano, si intrecciano e si divertono, trastullandosi allegramente.

    February 10

    morte, politica, chiesa, etica... e chi più ne ha, più ne metta

    Palazzo Madama, giunge la notizia della morte di Eluana.
    Gaetano Quagliariello (pdl) è rabbioso come un cane, incontrollabile e grida: "Eluana non è morta, Eluana è stata ammazzata!". Pochi secondi e l'aula del Senato diventa un luogo dal quale più che restare, sarebbe meglio scappare. "Assassini! Assassini!" quelli del centrodestra. ..manco fossimo in guerra. Quasi danno il via ad una rissa al Senato. Di certo quel "Assassini" si rivolge in particolare al Presidente, sì... il nostro Presidente della Repubblica... che io lodo invece con tutto il riguardo possibile perché ha preso la migliore decisione.
    Le accuse del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: "E’ grave il rammarico che sia stata resa impossibile l’azione del governo per salvare una vita".
    Quella di Maurizio Gasparri, capo dei senatori del Pdl, accusa: "Su questa vicenda peseranno per sempre le firme messe e le firme non messe".
    A seguire quella peggiore di Renato Farina: "Non potendo debellare la malattia, hanno debellato Eluana. La decisione di Napolitano appare gravissima dinanzi a Dio e agli uomini. Davvero egli rappresenta l’Italia?". Pesante, questa.
    Ma voglio andare oltre. Voglio capire una cosa. Possibile che una morte debba essere intrisa a tal punto di politica?
    Addirittura l’avvocato Taormina rispunta fuori facendo sapere che denuncia tutti "per omicidio premeditato".
    Si parla di politica, si parla di legge, si parla di omicidio... si parla di tutto meno che di questioni umane, puramente e meramente umane.
    D'accordo, la sua non era una morte cerebrale, era in stato vegetativo, il che è ben diverso. Ma ... diciassette anni. Cristo, DICIASSETTE! Ma come si può tenere attaccata ad una macchina una persona per diciassette anni!? Come possono ridursi i suoi cari a starle affianco così a lungo!? E poi, cosa possono fare, in cosa possono sognarsi di sperare!?




    Tanto per la cronaca: http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_09/mentana_gf_mediaset_1581f848-f6ed-11dd-9c7e-00144f02aabc.shtml
    January 15

    Burro e latticello

    Che bello, finalmente il mio primo panetto di burro. Questa novità mancava nella mia esperienza di culinaria! La straordinarietà con cui si vede il burro formarsi e separarsi dal liquido, è stupefacente! Se non l’avessi fatto e visto con i miei occhi avrei stentato a crederci. Il ‘liquido’ di cui parlo non è semplicemente liquido ma è il latticello, il siero di latte, ovvero il suo principale componente. In inglese (e mi piace anche molto di più come suona!) è chiamato buttermilkdelizioso buttermilk.
    Nelle ricette lo si usa di frequente per fare i dolci  (ma anche i salati, ad es. focacce…) ma ci si vede quasi sempre costretti a sostituirlo (con equivalente di panna acida, oppure con equivalente latte più un cucchiaio di limone o in altri modi…) visto che siamo in molti a piangerne la scarsa reperibilità!  L’unico modo quindi è… farlo! Come? Facendo il burro : ) quella delizia che si separa dal burro dalla lavorazione della panna è appunto il latticello.

    Esistono degli alimenti che non hanno la fama che meriterebbero: il latticello è sicuramente uno di quelli.
    Il latticello ha delle ottime proprietà. Anzitutto c’è da dire che è l’integratore alimentare ideale nelle diete dimagranti e nella regolazione del peso corporeo, poiché fornisce un apporto calorico modesto, bassissimo, persino inferiore a quello del latte: solo 26 cal/100ml ed è inoltre poverissimo di grassi. E’ ricco di alcune delle più importanti proteine, proteine tra l’altro altamente digeribili ed è inoltre ricco di minerali e di vitamina B2, fondamentale per la prevenzione dei disturbi cutanei e visivi.
    Tra i tanti pregi nutrizionali di cui vanta il latticello, bisogna ricordare che ha un basso tenore di sodio e la forte presenza di sali minerali basici (come ho già detto), in particolare il potassio (diuretico), il calcio, il magnesio e il fosforo, necessari al mantenimento delle ossa. E ancora, ha proprietà depurative, disintossicanti, aiuta a regolare l'intestino (niente più incubi di Alessia Marcuzzi che sbuca fuori dal frigorifero dunque), diuretiche, energetiche... Beh, avrete capito: il latticello è ingiustamente sconosciuto ai più e sottovalutato!

    E che dire del burro.. Io di certo non lo consumo, ma la mia mamma sì ed io lo uso per fare dolci e altre prelibatezze in cucina (che preparo sempre per gli altri però, non x me; ).
    E’ stata una soddisfazione immensa aver fatto questo panetto soffice soffice di burro; averlo osservato mentre miracolosamente si separava dal latticello; averlo “spremuto” fino a farne colare tutto il liquido, sino all’ultima goccia; averlo arrotondato e compattato dentro un idoneo contenitore; avere visto e goduto del colore così sublimemente candido e morbido e averne respirato il profumo che nulla ha a che fare con quello che si compera già pronto… Non so se è la freschezza a conferirgli quel vero e proprio “profumo di burro al naturale”, fatto in casa, so però che di certo è molto più buono e per niente fastidioso (premetto che appunto quello che si trova e si compra nei frigo dei supermercati, a me, come odore, non piace molto).

    Da 400 ml di panna ne è venuto fuori un bel panetto di burro (metà l’ho portata questa mattina alla mia nonna… Mi sento un po’ Cappuccetto Rosso…) e 250 ml di latticello, che ho usato subito subito per fare un dolce.

    Lascio qui un piccolo reportage post-produzione.. Baci a tutti ^_^

    e click su “Presentazione”.
    January 06

    "#Natale '09"

    Con tutta questa neve, questo candore. E questa parte di mondo bianco magico che sembra disegnato, con luci e colori lucenti e contrastanti, sembra Natale una seconda volta.

    La mia auto la vedevo dal balcone di casa mia stamattina presto, sommersa da quei cristallini bianchi che scendevano lievi ma incessanti da chissà quale sorgente. Così mi sono imbottita per bene, ho messo gli stivaletti di mamma, mi sono munita dell'occorrente necessario per spalare e sono scesa in cortile.
    La macchina ora riposa tranquilla in garage, al sicuro e al riparo.

    *

    I semafori sono gli unici colori che si oppongono al dominio del bianco, così come anche le cupole di tessuto di alcuni ombrelli colorati che vagheggiano sopra le teste di alcuni passanti.
    I fari delle auto si disperdono, la loro luce è vana confronto a quella circostante.


    La mia macchina fotografica è immobile sul cavalletto, posto all'altezza della finestra della mia camera. Aspetta ansiosa un altro mio comando: mi ero presa del tempo per scrivere queste poche ma intense righe dettate dal mio sguardo su questa parte di mondo.
    November 02

    Dieci romanzi all'interno di un romanzo

    "Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo 'Se una notte d'inverno un viaggiatore' di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto. La porta è meglio chiuderla: di là c'è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: ' No, non voglio vedere la televisione!' Alza la voce, se no non ti sentono: 'Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!' Forse non ti hanno sentito, con tutto quel  chiasso; dillo più forte, grida: 'Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!' O se non vuoi non dirlo: speriamo ti lascino in pace."

    >>
    Incipit di "Se una notte d'inverno un viaggiatore" di Italo Calvino - 1979

    Questo è uno di quei libri che ti incantano e ti fanno esclamare: "geniale!" davvero geniale.

    Ecco come il grande Italo Calvino descrisse questa sua originale opera:
    «'Se una notte d'inverno un viaggiatore' è un romanzo sul piacere di leggere. Protagonista è il lettore che per dieci volte comincia a leggere un libro che, per vicissitudini estranee alla sua volontà, non riesce a finire. Ho dovuto dunque scrivere l'inizio di dieci romanzi di autori immaginari. Tutti, in qualche modo, diversi da me e diversi tra loro.»

    Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino è un iper-romanzo. Sostanzialmente un gioco in cui Calvino ostenta in modo quasi provocatorio i suoi "trucchi" di narratore. Il protagonista è il lettore. "Io Lettore" sono in una stretta morsa dialogica direttamente con l’autore, il quale mi parla dandomi del tu, scaraventando ogni logica comune della narrazione tradizionale. E questo lo trovo fantastico.
    Ha come caratteristica quella di non avere né un inizio né una fine, "ma solo molteplici punti di entrata e di uscita" perché come diceva Calvino "il mondo di fuori per definizione è continuo, non ha limiti visibili", e l'inizio è appunto un atto di limitazione, di interruzione del continuo...  come ne "Il castello dei destini incrociati", dove «ogni racconto corre incontro a un altro racconto» perché, come descrive uno dei personaggi:
    «mentre un commensale avanza la sua striscia un altro dall'altro estremo avanza in senso opposto, perché le storie raccontate da sinistra a destra o dal basso in alto possono pure essere lette da destra a sinistra o dall'alto in basso, e viceversa, tenendo conto che le stesse carte presentandosi in un diverso ordine spesso cambiano significato, e il medesimo tarocco serve nello stesso tempo a narratori che partono dai quattro punti cardinali»
    Qui Calvino mette in rilievo quanto sia limitata la nostra scrittura (più in generale, la scrittura occidentale): infatti una testo, una pagina scritta, può essere letta solo in maniera lineare, da sinistra verso destra e dall'alto verso il basso.  Il tarocco invece, il suo rettangolo, offre una molteplice lettura... e questo "simbolo" rappresenta la fluidità tipica del racconto orale, di una conversazione, del pensiero... un po' come il famoso "flusso di coscienza".. fatto di mezze frasi, frasi a metà. Ecco com'è allora strutturato un iper-romanzo, una rete in cui confluiscono molteplici percorsi. E a questo modello di iper-romanzo si è certamente ispirato alla famosa Biblioteca Babele di Borgers, una biblioteca infinita, multicentrica.


    Tornando a Se una notte d'inverno un viaggiatore è strutturalmente particolarissimo, un insieme di racconti di diversi viaggiatori, dove ogni racconto contiene altri inizi di racconti (un'inclusione di una storia in un'altra) ed è il Lettore stesso, con la L maiuscola, in quanto protagonista, che si trova di fronte ad una molteplicità di inizi. Quindi il romanzo consiste in tentativi da parte del Lettore di entrare nel testo, di addentrarsi, di andare avanti... tentativi che però lo lasciano deluso poiché il testo a sé stante, cioè il libro che il Lettore pensava di aver acquistato, non esiste, gli si presenta invece una molteplicità di punti d'entrata.