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    September 29

    Conoscenza e giudizio estetico.

    Non tutte le persone che scattano fotografie sono artisti. Il fotografo artista è colui che ha occhio artistico per l'appunto. Cosa significa avere occhio artistico? Non so se esiste una definizione, ma ecco quello che penso io. Avere occhio artistico significa principalmente fotografare con un senso. Sapere cosa si vuole esprimere con quello scatto, sapere cos'è che si sta racchiudendo in quel (ri)quadro fotografico.
    Della serie: Perché stai fotografando quell'oggetto? E perché proprio in quella posizione, perché da quell'angolatura e perché dai alla luce la possibilità di entrare in macchina da quella provenienza?

    Beh ecco.. a dire il vero per chi non ha occhio artistico il problema propriamente non c'è: queste domande neanche se le pone.
    Io vedo molte persone che pubblicano propri scatti su siti di fotografia .. di monumenti, di paesaggi, della luna, del sole.. Ammesso e concesso che ogni foto è soggettivamente emotiva e solo POI lo è oggettivamente e, questo oggettivamente, neanche sempre perché dopotutto una foto la si fa (o almeno così dovrebbe essere)
    perché la si ritiene bella per sé, secondo il proprio parere, il proprio punto di vista. Una cosa può essere emozionante per me ma può non esserlo per milioni di altre persone; come potrebbe essere invece bellissima per altrettante persone e piacere quindi alla maggior parte. Dipende.
    Ma ci sono alcune foto che io proprio non capisco. Sì, proprio così, non le capisco.
    (Si possono avere foto ricordo, ma che senso ha pubblicare su un sito dedicato a foto di un certo livello foto di monumenti che, a ben vedere, davvero non dicono nulla. Non esprimono.)
    Che senso ha, per esempio, una cattedrale, fotografata per di più centralmente (la cosa più orribile e statica che si possa realizzare, non ha dinamicità una foto siffatta), dai colori indubbi, poca luce, nessun contrasto, nessuna particolarità; magari la parte superiore anche tagliata.
    Alcune foto non hanno senso, questo è quanto. E non sto scrivendo tutto ciò per giudicare, né per criticare, ognuno fotografa ciò che vuole ovviamente, l'opera fotografia è come l'opera letteraria: ha un corpus aperto, chiunque può scrivere senza che qualcuno gli abbia attribuito il potere.

    Ma il punto a cui volevo arrivare è un altro. Perché alcune foto non hanno senso? Ed è qui che è cominciata la mia ricerca del rapporto tra conoscenza e giudizio estetico. Ed ecco come ne sono venuta a capo.

    Una sola premessa. Ciò che scrivo lo ritengo valido 'per la maggior parte' 'perlopiù', ma non 'universalmente'. Esistono sempre - SEMPRE - le eccezioni (che addirittura spesso divengon consuetudini, talvolta regole. E' bene quindi ricordare che c'è sempre un "ma" ).

    Il genere estetico ha come referente sempre la percezione e l'esperienza estetica di un soggetto che fruisce un'opera. Questa modalità determina il valore in base al sentimento(proprio) piacevole o spiacevole.
    Il genere estetico è dunque il giudizio che noi costruiamo sulla nostra esperienza, non è arbitrario ma è ancorato alle nostre personali conoscenze, conoscenze che Noi abbiamo dell'oggetto.
    Il valore estetico è sempre e solo un valore che un oggetto ha per qualcuno, a seconda della sua personale esperienza e non un valore insito nell'oggetto.

    Detto e confermato ciò, mi ritrovo ad avere un'opinione ora che è un vero e proprio paradosso, se confrontata a quella con cui ho aperto questo post.
    Se è vero che il valore è un riflesso dell'esperienza propria, allora non sarebbe corretto sminuire un'opera (in genere, oltre che fotografica anche letteraria) che mi sembra ingenua, insensata.

    Tutto può essere arte, e anche no. Tutto sta nell' i n t e n z i o n a l i t à del mittente/artista e nell' e s p e r i e n z a che egli ha dell'oggetto.

    "Per riconoscere se una cosa è bella o no, la riferiamo al soggetto, al suo sentimento di piacere o dispiacere. Il giudizio di gusto non è un giudizio di conoscenza, quindi logico, ma è estetico e, quindi, soggettivo"
    > Kant

    "La bellezza delle cose non è una qualità delle cose stesse: essa esiste soltanto nella mente che le contempla"
    > Hume

    Non si può dare nessuna regola oggettiva sul gusto che determini che cosa sia o no bello. L' "assoluta verità" di un giudizio è, in quanto estetica, una universalità soggettiva, riferita alla sfera dei giudicanti; il giudizio è suggerito dalla riflessione del soggetto sulla propria esperienza.


    @ Simo. Questa postilla è per te: devi scusarmi se ancora non ti ho risposto, se ho lasciato argomenti (belli, importanti e interessanti) in sospeso. TI chiedo scusa non perché 'te lo devo', ma perché sinceramente mi interessa davvero risponderti; sei la prima persona con cui ho instaurato tramite il blog - e quindi tramite i miei argomenti - un bel dialogo, sui discorsi più diversi e soprattutto riuscendo a viaggiare da un discorso all'altro come niente, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, come se tutto ciò di cui si parla fosse un tutt'uno.... o almeno, così è come lo rendiamo noi con il nostro modo di dialogare e di parlare delle Cose.
    In questi giorni tendo però a sentirmi come una donna incinta che deve partorire: come se tenessi in grembo un bambino e fosse arrivato il fatidico giorno: non posso tenerlo dentro, devo farlo uscire, devo partorirlo questo bambino. Il bambino è il pensiero. Il parto è la stesura della creazione mentale, di quel pensiero. Metafora, questa, per dire che ciò che sento di voler scrivere in questi giorni non può aspettare, non deve aspettare, al diavolo tutto il resto mi vien da dire (non tu ovviamente, è per dire ;). Scrivo sempre per necessità, per bisogno personale.
    Non appena mi 'fermo' un attimo con lo studio (ossia non appena avrò dato l'esame tanto atteso .. e non chiedermi il giorno perché tanto non lo dico :) cercherò di recuperare qualcuna - se non tutte! - delle cose lasciate indietro.

    Un bacino, a te, Simo.

    September 25

    Baricco

    "Io la voglio questa vita la voglio da impazzire, dovessi impazzire da morire è vivere che voglio".

    > da Oceano Mare
    September 23

    Problem Solving

    "I problemi che abbiamo non possono essere risolti allo stesso livello di pensiero che li ha generati"
    > Albert Einstein

    "Il più grande dei problemi del mondo poteva essere risolto quando era piccolo"
    > Agesilao

    "Non esistono problemi: ci sono solo le soluzioni. Lo spirito dell'uomo crea il problema dopo"
    > Andrè Gide

    September 21

    “k6”. “sxo”. “qlk1”.

    Da tempo portavo nell’archivio della mia mente la voglia di scrivere questo post. Continuavo a immaginarlo, a idearlo concettualmente, a pensare come avrei potuto scriverlo. Rosicavo all’idea di non potermi mettere seduta davanti al mio amato Pc, fisso o portatile, ritagliarmi qualche ora di tempo e dedicarmi completamente alla stesura di questo benedetto “articoletto”. Non mi andava di scribacchiare qualcosina “tanto per.”, occorreva tempo, voglia e impegno in un certo senso. La voglia c’era, il tempo un po’ meno e di impegno ne avrei messo se solo il tempo me l’avesse concesso.

    Ma eccomi qua, attiva sin dai primi albori del giorno (dalle 4.15. Non sono pazza, no, solo un po’ – tanto – insonne) di questa domenica ancora così scura, che un poco mi mette nostalgia dell’estate ormai passata, ma che non mi infastidisce affatto. Per me è sensibilmente estate, qualsiasi stagione sia realmente, quando alle cinque del mattino dalla finestra socchiusa e la tapparella alzata per metà, entrano già i primi raggi di sole e un venticello leggero profuma ancora di fiori e di quella calura estiva che da lì a qualche ora più tardi non tarderà ad arrivare. Ma ogni stagione ha i suoi punti forti e punti deboli, le sue bellezze e le sue bruttezze, i suoi splendori e le sue modestie… e le sue ricchezze, i suoi sfarzi e le sue miserie o più carinamente dire le sue semplicità. Amo et odio ogni stagione, per i suoi pro e suoi contro. Così come anche questo primo autunno, di cui proprio oggi ne è l’inizio. Ben arrivato autunno.

    Ho preso il magnesio e poi ho mangiato una nettarina (squisita), ho preparato la moka con acqua e qualche goccia di fiori d’arancio per aromatizzare il caffè e con la mia bella tazza bianca con cagnolini neri stilizzati e occhietti rossi (??) mi sono messa a guardare gli episodi della seconda stagione della serie televisiva Friends, tutta felice e contenta perché li ho scaricati da pochi giorni. Da quando ho scoperto Utorrent mi sono messa a scaricare episodi su episodi.. e ho finito l’intera seconda stagione dell’omonima serie, mai riuscita a scaricare prima con tanta velocità e qualità (si tratta proprio di dvd, con tanto di sottotitoli… che per me sono fondamentali). Mi sono imposta di guardarne pochi per volta per non “finirli” presto (anche se so che poi li guarderò e riguarderò tante altre volte), magari uno o due alla sera prima di andare a dormire.. sono meglio di una camomilla. È la mia serie televisiva preferita, mi fa crepare dalle risate, mi fa ridere davvero di gusto! E poi adoro in particolar modo Jennifer Aniston : )  … Niente da fare. In questi giorni ho terminato già tutta la seconda stagione, ossia tutti gli episodi scaricati… quindi ora dovrò attendere di terminare il download di altri episodi! Uff.

    Finito di guardare Friends ho fatto colazione con mamma (la pesca e il caffè non erano certo la mia colazione), ho preparato alcune cose, mi sono messa nella mano due galatine al latte e sono tornata in camera. Infine eccomi di nuovo qua. Non riesco quasi mai a fare una cosa soltanto, ne faccio almeno tot. contemporaneamente – e intanto ho già finito le galatine –

    Come al solito dopo tanto tempo che non scrivo finisco col dilungarmi troppo. Il mio intento (avevo scritto intiendo e volevo lasciarlo in tal modo scritto, soltanto che mi è venuta immediatamente in mente la pubblicità del Grana Padano, del tizio che fa “Grana Padano? No intiendo” e che mi fa saltare letteralmente i nervi.. quindi sono tornata indietro e ho corretto).. il mio intEnTo dunque, era quello di scrivere riguardo a quella varietà* di lingua (per l’asterisco vedi nota in basso) quale è l’italiano corrente, ma sembra piuttosto che stia raccontando la mia quotidianità e non so quanto questa possa interessare ai più! Né tantomeno so quando terminerò di scrivere quanto ho in mente (e nemmeno so che cosa di preciso ho in mente di scrivere, nonostante lo abbia pensato, elaborato e rielaborato da oltre una settimana!), forse una decina di minuti (non credo proprio), forse qualche ora (impossibile dato che tra poco devo prepararmi per uscire), oppure entro la mattinata (ma in vista delle pulizie mattutine è alquanto improbabile) o nel pomeriggio (ma dovrò studiare, quindi ne dubito)… ecco, videte, non lo so proprio. Facciamo così: io scrivo, poi quando finisco, finisco. Sappiate che ho cominciato in una buia mattina del giorno ventunsettembreduemilaotto. Detto questo, fine della storiella, ora si comincia.

    (* per chi non lo sapesse, il termine varietà in linguistica si usa per dire
    l'insieme delle realizzazioni di un sistema linguistico che si differenziano rispetto ad altri dal punto di vista geografico, spaziale o sociologico; in poche parole i dialetti! Quindi ad esempio “la varietà settentrionale dell'italiano ha grande prestigio in tutt'Italia”. Il dialetto è una varietà di lingua. Ok? Quindi il mio dire varietà voleva essere un’usanza ironica).

    Poco tempo fa - una settimana o due – lessi (non il cane, il verbo! Indic. Passato Remoto di leggere, io lessi, tu lessi, egli lesse… chiaro no? XD) un articolo sul settimanale Magazine (ex Sette) de Il corriere della sera che mi ha molto coinvolto e sconvolto ma al tempo stesso devo ammettere che non mi ha stupido neanche più di tanto. Questioni che fanno parte della nostra era, del nostro tempo, non c’è bisogno di accorgersene, lo si sa e basta; semplicemente non ci si fa caso ed è questo il grande guaio, il non farci caso, il passare sopra alle cose, agli eventi, alle evoluzioni (positive o negative che siano).

    L’inchiesta in questione riguarda la lingua. Non le tipologie di lingua, giacché le lingue, pur ambiguamente parlando, non sarebbero un problema. Mi sto riferendo all’italiano ai tempi degli SMS.

    Non potrò fare a meno di citare molte e molte delle frasi, spezzoni addirittura, scritte nell’articolo dal il più coraggioso e discusso (proprio perché coraggioso) critico letterario del nostro paese, Antonio D’Orrico che, a dirla tutta, lo ringrazio di cuore malgrado non ci sarà mai occasione di farglielo sapere, perché se per certi versi risulta essere serio, realistico, a dir poco grandioso poiché è stato capace di scrivere qualcosa di molto attuale e seriamente problematico, per certi altri mi ha anche fatto fare delle grasse risate.

    Chi è contro il burocratese alzi la mano.
    Se tra i presenti ci fosse stato Italo Calvino, sarebbe stato sicuramente il primo ad alzarle entrambe le mani, forse anche i piedi.
    Vent’anni fa difatti la minaccia erano il burocratese odiato da Calvino e l’anglitaliano (= parole metà italiane e metà inglesi) che storpiava tutto. Ora l’allarme moderno (più sottile? Meno grave? Non so…): scrittori che inseguono il parlato orale, scrivono come parlano (Moccia, per citarne uno), non c’è quasi più confine tra la scrittura e la parlata; e un dialogo (soprattutto tra i giovani) fatto di consonanti (proporrei di comprare una vocale (solo una!?) e poi regalarla a chi ne ha seriamente bisogno. Alla ruota della fortuna sarebbero pessimi questi giovani individui, già lo so).
    Scrive D’Orrico: «il primo [tra i due pericoli che corre l’italiano, nda] era il burocratese, la lingua con cui lo Stato (o chi ne fa le veci) si rivolge ai cittadini. Il burocratese per me era simboleggiato da un cartello che avevo letto alla stazione di Firenze: “Questo sportello rimane impresenziato dalle 13 alle 15”. Ma non era più semplice dire che lo sportello rimaneva chiuso? No, il burocratese si spezza ma non si spiega. Aggiungo, anche se non c’entra nulla (apparentemente) che lo sportello in questione era risultato impresenziato anche a mezzogiorno e mezza. Il secondo pericolo per l’italiano del 1988 era racchiuso nelle due parole dell’insegna di un ottico milanese (“Occhial House”) e sintetizzava maccheronicamente il difficile rapporto con l’inglese (da qui appunto, il problema che dicevo dell’anglitaliano)
    »
    Da notare una cosa: scrivendo in Microsoft Word la parola “impresenziato” viene sottolineata in rosso, tipica sottolineatura di Word che manifesta lo stato di errore della parola.
    D’Orrico inizia a parlare dal passato…. Ma ora si accorge che il burocratese non muore. Sottopone i suoi timori a due tra le massime autorità della linguistica italiana: i professori Gianluigi Beccaria e Luca Serianni.
    frammento dell’inchiesta:
    /// Per quanto riguarda il burocratese il professor Beccaria scuote la testa. Il burocratese, che Calvino chiamava ‘l’antilingua’, avanza.
    Il professore racconta di Giobino, il negozio più famoso e più buono di cioccolatini a Torino; quando entri – dice – sembra di essere in una gioielleria, tant’è che quanto entri sei lì che aspetti e ammiri e ti pare di essere in un altro mondo… ma mentre accade tutto ciò vedi anche che, appiccicato al vetro del bancone, c’è scritto: “per chi vuol conoscere l’ingredientistica”. Ingredientistica? Il professore è uscito di corsa dal negozio ma l’incubo non è finito. Perché, girato l’angolo, si è imbattuto in un distributore di sacchetti per “deiezioni canine”, poi in una “Scarpoteca”, quindi in una “Frullateria” e infine in un bar che reclamizzava “Si effettuano panini”.
    E la sindrome Occhial House come procede? Qui il peggioramento è netto. Ormai tutto si pronuncia all’inglese. Il catalogo, raccolto dal professore negli anni, è esilarante (e un po’ preoccupante). Troviamo steig per il francese stage, Thomas Men, per il tedesco Thomas Man (e Walter Bengiamin, per Walter Benjamin, Bitoven per Beethoven), absaid per abside (di una chiesa) sain dai per sine die. Tutto ascoltato in trasmissioni radiotelevisive e, purtroppo, anche in aule universitarie. //

    Che dire. L’italiano del Duemila è tuttora più simile a quello del Boccaccio (e cioè al dialetto toscano trecentesco) che non ad un pidgin italo-inglese (ohh… mia cara vecchia semiotica!). ma il professore (sta volta Serianni) lancia un allarme, oltre a quelli sul burocratese e sull’anglitaliano resi noti da Beccaria, quello cioè dell’impoverimento del lessico. Ed ecco qui il punto focale di questa mia tesina.  «Aggettivi come ‘faceto’ o ‘inane’ rischiano di essere ignoti a una parte consistentemente alta di giovani». Vero.

    Contrariamente a quanto si è sempre pensato (un mix di realtà e luoghi comuni) risultano migliori i giornalisti che gli scrittori oggigiorno. Ora spieghiamo perché: negli anni ’50 – ’60 si trattava ancora di dover acquisire un italiano di base, un italiano minimamente condiviso dai più, di fronte all’uso diffuso ed esclusivo (ristretto, destinato a pochi) del dialetto. Ma ora quell’italiano di base ce l’abbiamo. Solo che per arricchire il proprio lessico (si vedano i bambini per esempio o anche i giovani in generale, i ragazzi…), il proprio vocabolario, non è più sufficiente leggersi un buon romanzo nazionale, rimedio classico che si consigliava ai tempi. Il perché? Ecco qui, come esemplifica il professore: «Gli scrittori non sono più modelli linguistici. Ha presente l’incipit di “Come Dio comanda”, il romanzo di Niccolò Ammaniti: “Svegliati, svegliati, cazzo”. Gli scrittori non inseguono più un modello letterario, cercano di aderire al parlato». Cosa consiglia allora il professore? Di modelli ce ne sono ancora, dice, consiglia di leggere buoni giornalisti. Finalmente i giornalisti non sono colpevoli ma addirittura additati a modello allora.

    Continua D’Orrico:
    //Non è l’italiano, come lingua, che sta male, nonostante gli sportelli impresenziati, i panini effettuati, i sain dai e gli Occhial House. A stare male è l’italiano come popolo.
    Io avrei finito, dal punto di vista linguistico. I professori Beccaria e Serianni mi hanno tranquillizzato. La salute dell’italiano è accettabile. Insomma, nessuno scenario apocalittico. Quindi nessun titolo da scandalo per l’inchiesta. Nessun codice rosso è scattato per salvare la lingua italiana. Avevo quasi rinunciato e stavo per arrendermi quanto nella posta ho trovato l’edizione 2009 della storica Smemoranda. Mi è bastato sfogliarla per capire che la mia inchiesta era lì. Era nelle vignette che ironizzano sul computerese, sul telefoninese, sull’smsese, sul lessico elettronico. Prendete la vignetta di Francesco Natali che ha per protagonisti un figlio e una mamma. Figlio: “Mamma esco… se mi cerchi mandami un sms, oppure loggati con Skype… il mio nick è parakul69, vado a postare un clip su Youtube… See you later!”. Riflessione sconsolata della mamma: “Una volta si diceva solo: Mamma che palle!”.  E tante altre vignette.//

    Un’altra, non insolita ormai nel comune smssese, è quella della Gialappa’s Band, che sono loro a lanciare l’allarme generale con una lettera aperta al popolo degli sms. Eccola: “Amc di Smmrnd, ma sprtt amch d Smmrnd, th ‘msg 4 u’ è: basta, non se ne può più! Ci avete sfinito con i vostri messaggini (sms, mms, msn…) fatti solo di consonanti: cmq per dire “comunque”, tt per dire “tutto” e xk per dire “perché”! Anzi: ci avt prpr frntmt i cgln!!! che fine farà la nostra lingua?
    La difesa delle vocali è il cuore della lettere aperta della Gialappa’s:
    //“Perché le vocali (forse non ci avete mai fatto caso) sono calde, prorompenti, esprimono gli stati d’animo: sono le gioie e i dolori. Mentre le consonanti sono fredde, meccaniche, e capaci solo di esprimere pensiero, astrazioni. Provate un po’ a pensare che suoni emettete, istintivamente, quando provate dolore (“ahia!”, “ohiohi!” etc.), e quando vi divertite (“ahahahaha” e “wow” pronunciato “uao”) e quando ce l’avete con qualcuno (“aoh!” se siete romani, “uhei!” se siete  milanesi); per non parlare poi dei suoni che emettete quando trombate (se all’acme del piacere emettete consonanti siete dei veri pervertiti; oppure avete bisogno di un buon logopedista…)//

    Concludo qua con un’ultima postilla, un’aggiunta, sempre di D’Orrico… questa non potevo evitare di metterla perché è stata quella che più di tutto mi ha fatto crepare dalle risate… e dire che ero in palestra nel mentre, e sono dovuta andare al bagno a nascondermi pur di non fare figuracce, perché non essendoci nessuno in quel momento di mia conoscenza, non sapevo con chi sfogare il mio bisogno di ridere e nessuno a cui riversare il mio divertimento! Per questo allora mi veniva ancora più da ridere … più si cerca di sopprimere una risata, più questa si fa grande e bisognosa di esplodere!

    Le frasi in grassetto sono mie aggiunte.


    POESIA IN T9.
    UNGARETTI S’ILLUMINA “D’INCENSO”, LA MANO DI CARDUCCI È “PARIOLETTA” MENTRE L’ITALIA DI MAMELI “S’È FESTA”.
         
    di Antonio D’Orrico.

    Abbiamo  provato a riscrivere i più famosi versi italiani in forma di sms utilizzando il T9, il dizionario intuitivo. Ecco Dante, Montale ecc. con l’editing suggerito dal telefonino.

    Da “la bocca sollevò dal fiero pasto”, l’atto cannibalico del conte Ugolino di Dante, si ottiene “la bocca sollevò dal fiero sarto” che fa immaginare un’incursione del dottor Hannibal Lecter nel mondo degli stilisti Made in Italy. Premesso che Dante è il poeta che resiste di più all’editing del T9, proviamo con un altro celebre verso della Divina Commedia: “Era già l’ora che volge al disìo”, perde ogni malinconia di marinai ( e ai naviganti “intenerisce il core”) per trasformarsi in un endecasillabo perfetto per finanzieri d’assalto: “Era già l’opa che volge al disio” (OPA = Offerta Pubblica d’Acquisto, ossia l'atto con cui una società intende acquistarne un'altra. Avviene per aziende quotate in borsa. Questo ve lo dico io. ;)

    “Sempre caro mi fu quest’ermo colle” di Leopardi si trasforma in un giallo (l’ermo colle è la scena del delitto AHAHAHAHAHAHAHA) affidato, come vuole la tradizione, a un investigatore anglosassone: “Sempre caso mi fu from questo colle”.

    “Ei fu siccome immobile dato il mortal sospiro” di Manzoni non è l’epitaffio di Napoleone ma di Cossiga e del suo senso dell’umorismo: “Ei fu piccone immobile dato il mortal sorriso”.

    “M’illumino d’immenso” di Ungaretti è uno slogan per il meeting di Comunione e Liberazione: “M’illumino d’incenso”.

    “Meriggiare pallido e assorto” di Montale racconta il tentato linciaggio nella Roma di Alemanno e La Russa di un extracomunitario: “Nereggiare pallido (o arrosto?)”.

    E qui via via le mie risa salivano sempre di più fino al cervello pur di non esplodere per le sale della palestra…

    “La nebbia agli irti colli” di Carducci è il lamento del cittadino alle prese con i cavilli e i balzelli della burocrazia: “La nebbia agli irti bolli”.

    Tra il leggere i commenti di D’Orrico e la “traduzione” … ero veramente al culmine, non riuscivo più a trattenermi. Qui sono emerse delle smorfie sul mio viso pur di non ridere spudoratamente!! Dopodiché, sono andata davvero al bagno, non ce la facevo più)
    “L’albero a cui tendevi la pargoletta mano” di Carducci racconta una triste vicenda di prostituzione nella Roma bene: “L’albero a cui vendevi la parioletta mano”.
    il termine “pariolino” o “parioletto” è detto infatti di chi abita o è originario del quartiere Parioli, “i giovani pariolini della Roma bene”; ironicamente fa riferimento all'ambiente esclusivo di quel quartiere, chi conduce cioè un tenore di vita alto borghese e manifesta tendenze politiche di destra.

    “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” di Pavese è l’incubo che tormenta ogni telespettatore italiano: “Vespa, la morte avrà i tuoi occhi (e anche i tuoi nei??)”.

    E anche questa…
    “Che ne sai tu di un campo di grano?” di Mogol-Battisti vagheggia un’Italia ecologica e pretelevisiva: “Che ne sai tv di un campo di grano?”.

    Infine il vituperato inno nazionale “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta” predice due esiti diversi e contrastanti del destino del Paese. Il lieto fine (improbabile): “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è festa”. O il (probabilissimo) finale amarissimo: “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è derub(ata)”. “Derub” risulta come terza parola data dal T9!
    p.s. se volete divertitevi anche a postare qui nei commenti qualche vostra trovata, qualche prova fatta col vostro cellulare “fatta fare” dal T9;qualche frase famosa, o poesie, aforismi, ecc… sarebbe divertente  :D


    GRAZIE D’Orrico. E buon italiano a tutti ^_^