fiOrdivaniLLa's profilelatte&mielePhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    September 29

    No.Anoressia (?)

    28 settembre 2007
    Il fotografo: «Questa è censura, Milano è cattiva e razzista»
    «Via la modella anoressica». Giunta spaccata
    Moratti: via tutti i manifesti di Toscani. La Maiolo: «Non dobbiamo fare i bigottoni». Terzi: «Immagini che non servono proprio a nessuno»
    Il manifesto di Toscani (Fotogramma)
    «Ho dato istruzioni perché vengano rimossi tutti i manifesti che ritraggono la modella anoressica dagli spazi pubblici che competono al Comune». La giornata di Letizia Moratti è cominciata così, con una decisione che non lascia spazio a dubbi e che fa seguito a una lunga scia di polemiche sul manifesto pubblicitario firmato da Oliviero Toscani (Guarda). Ma l'annuncio del sindaco spacca la giunta. Per Tiziana Maiolo, assessore alle Attività produttive, la decisione di rimuovere l'immagine di Toscani è «assolutamente sbagliata». «Non dobbiamo fare la giunta dei bigottoni, la libertà di espressione, di pensiero e di comunicazione del proprio pensiero, va tutelata sempre e, se possibile, in misura ancora maggiore quando non siamo d'accordo. Rimuovere manifesti e impedire mostre blocca la molteplice e ricca espressione di tale libertà» ha detto la Maiolo, pur giudicando la sceltadi Toscani «una forma di pornografia».
    AUTHORITY - Sul fronte opposto l'assessore allo Sport Giovanni Terzi, che ritiene corretta la decisione del sindaco. «Sono contrario a queste forme di pubblicità e le considero inutili perché non servono alle anoressiche che vedono in quel manifesto un modello di bellezza e non servono nemmeno a chi anoressica non è». Per questo l'assessore chiede che, come avvenuto in Francia, sulla vicenda si pronunci l'authority di garanzia, in modo che siano rimossi anche i manifesti negli spazi non pubblici. «In questo caso - ha aggiunto Terzi - la censura sarebbe utile perché permetterebbe comunque di parlare del problema dell'anoressia e toglierebbe inutili immagini scioccanti».
    «CITTA' CATTIVA» - Di «censura», ma in tutt'altro tono, parla anche lo stesso Toscani, definendo Milano «una città che ha paura, cattiva e razzista». «Hanno paura di perdere il consenso, il loro potere - ha detto il fotografo in un'intervista a Radio 105 Classic -. Moriranno eleganti a Milano. Moriranno magri, anoressici, ma eleganti. È una città che non ha più la generosità di una volta. Che non ha più né la fantasia, né la capacità artistica di una volta. È una città seduta, una città cattiva. Una città razzista che non riesce a risolvere i problemi moderni come tutte le grandi città. Ci conoscono per le borse e le scarpe che sono prodotti da terzo mondo. Non ci conoscono per prodotti dell'ingegno».

    Il Corriere della Sera

    Non ho parole. Cioè, ne ho ma ora non ho tempo per scrivere, solo che... è tutto quanto una schifezza. Tutto. Toscani in primis ora come ora.

    September 27

    Ingmar Bergman

    Ingmar Bergman. Fantastico. Ci sono alcuni film, generalmente, che guardi e non hai altre parole che "Bello" "Bellissimo" "Si, carino" "ah si .. bravissimi gli attori! Che figo poi quello...!"; altri film invece hanno in sé ben altro che una semplice e banale "bellezza". Hanno trama, hanno storia, hanno senso, hanno una loro psicologia, hanno profondità. Non c'è bisogno che emozionino certi film, ad emozionare è la loro ricchezza.
    Ultimamente ho riscoperto questo grande regista, Bergman, che ho sempre apprezzato ma mai considerato quanto ora. Registi come questi mi piacciono in molto molto particolare, non solo perché i loro film mi piacciono "tanto", ma proprio mi appassionano; anche perché, questo tipo di film li ho sempre considerati 'pallosi', lunghi, lenti. Aggettivi che si addicono a film per cui il tempo speso a guardarli "non ti passa più". Beh, Ho cambiato idea. Più che altro ho cambiato ottica, punto di vista.
    Ingmar Bergman l'ho sempre stimato come personaggio, perché è ricco, nel senso di 'completo', poiché vanta di una vasta filmografia e teatrografia, da cui molti furono i successi internazionali. Fu regista cinematofrafico, regista televisivo, di sola sceneggiatura, regista teatrale... e non è finita qui: ha scritto anche libri, tra cui "Fanny e Alexander. Un romanzo" da cui il film "Fanny e Alexander". E' la storia di un ragazzo che, erede di una tradizione teatrale, impara ad evadere ed interpretare il mondo attraverso l'immaginazione e la magia. Che rifiuta il rito della morte e i precetti religiosi, fino a constatare l'assenza di Dio. Perché in un mondo dove Dio è morto, anche l' "invenzione" del ragazzo appartiene a quel mondo dell'irrazionale e dell'illusione che per Bergman è la sola speranza di salvezza (e in proposito, intendo in proposito all'illusione, sogno & realtà, irrazionalià e via dicendo, ci tengo a citare una celebre frase di Bergman, tratta dal libro La Lanterna magica - un'autobiografia - che dice .. "In realtà io vivo continuamente nella mia infanzia: giro negli appartamenti nella penombra, passeggio per le vie silenziose di Uppsala, e mi fermo davanti alla Sommarhuset ad ascoltare l'enorme betulla a due tronchi, mi sposto con la velocità a secondi, e abito sempre nel mio sogno: di tanto in tanto, faccio una piccola visita alla realtà").
     
    Tra i tanti film mi ha colpito molto molto Un mondo di marionette (1980), non so in quanti lo hanno visto ma credo che da parte di molti sentirei dire "non è il mio genere".. e potrei in parte comprendere questa affermazione, anche io ero di questa idea tempo fa. Ma da quando cerco di andare oltre, da quanto cerco di trascendere la semplice parvenza del film, delle immagini (mucchi di fotogrammi).. "oltre", e quindi cercarne l'essenza, l'analisi (le cerco certo e le leggo.. non me le invento io le analisi dei film), i motivi che spingono il regista/autore a narrare una determinata storia.. Allora non ce n'è, mi piace qualunque film abbia, in questo senso, un significato.
    Questo film, Un mondo di marionette, narra la storia di una follia, di un uomo distrutto dal non-senso e dalla psicosi. Un certo Peter commette un assassinio e la vicenda, durante tutto il film, procede raccontata secondo un particolare modo, come se fosse una ricerca, una "ispezione criminologica investigativa": il film è diviso in "capitoli", si succede nel tempo senza seguire un'evoluzione temporale, cronologica; ogni capitoletto diciamo che è annunciato da una didascalia... procede con salti in avanti e indietro nella temporalità della fabula (cioè dell'intera storia).. per esempio "Venti ore dopo l'assassinio lo psichiatra....", "due ore prima...", "quattro settimane dopo..."
    Il tizio è un ricco borghese, benvoluto da tutti.. Comincia però a manifestare dei segni di depressione e "azzeramento" emozionale (cosa terribile secondo me).  Il rapporto con la moglie è un rapporto "aperto", con avventurette extraconiugali consapevoli da parte di entrambi. Peter dichiara al suo psichiatra – che è l’amante più assiduo della moglie, e amico di Peter! mamma che puttanaio.. scusate il termine... -, di essere felice di questo rapporto, soprattutto dal punto di vista sessuale. Ma da un periodo è ossessionato da desideri omicidi nei confronti della moglie, e attribuisce questi deliri, ad una disfunzione ormonale. “Persone come te – gli risponde lo psichiatra – non credono all’esistenza dell’anima. Quindi non capisco la tua visita.” Credendo che Peter sia uscito, lo psichiatra chiama al telefono la moglie di Peter, Katarina, e la invita ad andarlo a trovare. Quando arriva decide di non concedersi, di non fare l’amore, perché ama oramai solo Peter. Quest’ultimo – che ha assistito alla dichiarazione d’amore della moglie – rimane assolutamente indifferente, spento. La sensazione di un totale vuoto spirituale e mentale, di una stanchezza assoluta, muove la disperazione (nell’etimo: dis-speranza) di tutta l’investigazione di questo film. La freddezza della “forma” in cui viene narrato questo film affina il senso di tetra, desertica, assenza di luce, di desiderio, che dilania questo mondo di benestanti malesseri. Questo film di Bergman si può dire sia uno dei più duri che tratta la "morte del desiderio".
     
    << La macchina investigativa cinematografica passa dalle testimonianze post-assasinio della egoista e fatua madre di Peter, alle sue (del protagonista) ultime manie di suicidio, a reperti psichiatrici, alla frequentazione della prostituta nel porno club. L’uccisione di quest’ultima, avviene senza un senso plausibile, perché capita così, ex abrupto, in un momento di tenerezza tra i due, in una sorta di invasata violenza automatica..
    Ma non c’è spazio per la tenerezza, o per qualsiasi si altra forma di comunicazione in un ambiente mentale – quello del mondo di marionette – che razionalizza anche l’amore di coppia, razionalizza, organizza anche il proibito, la trasgressione del tradimento: la coppia aperta, i locali porno dove si vende l’eros, o il suo morto simulacro.
    Dopo una lunga lettura – da parte dello psichiatra Jansen – del quadro clinico che spiega i nodi psichici che hanno fatto esplodere nell’atto omicida Peter, il film si chiude come era iniziato, con una sequenza a colori che ritrae Peter in carcere mettere ossessivamente a posto il lettino e rifiuta ogni aiuto.
    Mettere ossessivamente a posto: è la noia petulante delle società “avanzate”.
    Si finisce come s’inizia... il principio era la fine... Bergman e i circoli viziosi. >>
    terze fonti.
     
     
    September 25

    Mettere in moto i classici - Un'operazione dada-warburghiana

    Gioconda di Warhol - o più in generale quella riproposta da tanti artisti - , la Gioconda del MotorShow di quest'anno.. "Bella scoperta", come campagna pubblicitaria...

    gioconda

    Insomma ormai non è una novità, la Gioconda di Loeonardo è stata rivisitata da Warhol, Magritte, Dalì, Botero... sovrapponendosi all'originale, quasi soffocandolo. Possono essere considerate come opere nuove, una rivisitazione (forse anche pregevole), una reinterpretazione, un esercizio di stile.

    Questo video l'ho ripescato e postato qui per accennare e per sottolineare quel.. come si può dire....... quel repêchage di 'figure' che hanno fatto scalpore sin dal primo momento in cui sono state ideate e che hanno via via suscitato curiosità e interesse ogni qualvolta siano state riproposte.
    Mi pare che di questi tempi sia ricorrente l'interesse dell'enigmatica Gioconda..
    Io questo video comunque lo trovo stupendo per diverse ragioni.

    questo è uno spot del canale internazionale dedicato alle news, France 24.

    E, come se non bastasse, sul sito di Repubblica compariva un omaggio al Dadaismo, con tanto di Monna Lisa... baffuta...
    in memory of .. Duchamp!
     
    Infine, Gioconda a parte,
    spiritoso... Interessante ^_-

    "La Ricerca della Felicità"

    "Fu in quel momento che cominciai a pensare a Thomas Jefferson e alla Dichiarazione di Indipendenza... quando parla del nostro diritto "alla vita, libertà e ricerca della felicità".
    E ricordo d'aver pensato: "Come sapeva di dover usare la parola... 'ricerca'?"  Perché la felicità è qualcosa che possiamo solo inseguire e che spesso non riusciremo mai a raggiungere, qualunque cosa facciamo. Come faceva a saperlo?"


    Voi come interpretate questo frammento del film? Io non credo che la felicità si debba inseguire, la felicità è qualcosa che ci si crea, che si trova nelle cose, anche in quelle più piccole. La felicità non è un animale feroce e fuggente che corre va nel tempo e che vai inseguendo. La felicità è un faro sempre acceso che aspetta solo di essere trovato da chi lo vuole veramente.
    September 23

    buongiornobuongiUorno!

    Ed eccomi già qui! Mi sono svegliata, lavata e preparata... tra un po' devo andare a casa di mio padre poiché oggi c'è il battesimo del mio fratellino Joshua (ha un anno e mezzo circa).
    Si lo so.. ho dormito poco più di tre ore ma nessuno si spaventi! Per me è quasi normale ^_^
    Sinceramente sono tornata per vedere se avevo fatto errori nel post di questa notte... bene, sono di fretta e furia e benché lo abbia guardato e riguardato con altrettanta frettolosità non mi è comunque parso ce ne fossero.

    Un saluto a tutti  Assonnato

    auguri Silvia :*

    La tua festa.
    Amici tuoi e di Fra a parte, c'eravamo noi. Noi quattro, te, io, Fra e Vane. Legate da un legame passato e fondamentalmente anche presente. E' stata una bella serata, è stato bellissimo ritrovarvi così, tutte insieme, davvero. Ogni volta ci ripromettiamo di non lasciar passare tanto tempo per rivederci nuovamente.. ma poi finisce sempre che passa un anno o qualcosa meno, ma pur sempre tanto, troppo tempo (e non maleditemi nel leggere questo, specifico appunto che mi riferisco al il mio rapporto con il vostro e noi al vostro con me e tra di voi. E' colpa mia se con qualcuno perdo sempre i contatti, lo so, e vi chiedo scusa con sincerità)! E a me non va.. non va così. Perché se c'è una cosa che ho imparato nella vita è che se alcune persone appartenenti in qualche modo al passato permangono continuando a far parte del proprio presente, un motivo valido dovrà pur esserci. E quel motivo probabilmente è che quelle persone valgono molto più di qualunque altra conoscenza.

    Vi voglio bene care vecchie amiche.
    September 21

    il Piccolo Principe non abbandona la mia mente.

    Piccolo Principe: Che cosa vuol dire 'addomesticare'?"
    Volpe: "E' una cosa da molto dimenticata. Vuol dire 'creare dei legami'..."
    PP: "Creare dei legami?"
    V: "Certo. Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io saro' per te unica al mondo".
    PP: "Comincio a capire…C'e' un fiore... credo che mi abbia addomesticato..."
    V: "E' possibile, capita di tutto sulla Terra..."
    PP: "Oh! non e' sulla Terra".
    N: La volpe sembro' perplessa:
    V: "Su un altro pianeta?"
    PP: "Si".
    V: "Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?"
    PP: "No".
    V: "Questo mi interessa. E delle galline?"
    PP: "No".
    V: "Non c'e' niente di perfetto"
     N: sospiro' la volpe. Ma la volpe ritorno' alla sua idea:
    V: "La mia vita e' monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio percio'. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sara' illuminata. Conoscero' un rumore di passi che sara' diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi fara' uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiu' in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me e' inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo e' triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora sara' meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che e' dorato, mi fara' pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano..."
    September 16

    Antiche Religioni.cc

    Studiando sono venuta a conoscenza di un'interessantissima questione che, ammetto, non sapevo. Vedete cosa significa Conoscere? Vuol dire poter poi prender parte ad un'idea o comunque potersi permettere di criticare o fare delle considerazioni proprie su una determinata cosa. Che bello è Sapere.

    Leggevo alcuni scritti - per merito della materia che sto studiando, Estetica - che riguardano le differenze tra monoteismo e politeismo. Sono arrivata a leggere alcuni passi di un saggio di Freud sullo scritto “L’uomo Mosè e la religione monoteistica” e successivamente qualcosa riguardo la Bibbia, in particolar modo sulla distinzione mosaica. Attraverso questa "distinzione mosaica" in pratica, con i suoi due comandamenti "non avrai altro dio fuori di me" e "non ti farai alcuna immagine scolpita" (ovviamente l'immagine di cui parla è quella di dio), si mette a punto una netta distinzione tra politeismo egizio (o anche idolatria; e il perché dell’uso di questo surrogato deriva da una serie di teorie e studi che non mi dilungherò a spiegare qui, giusto perché non è lo scopo di questa riflessione) e monoteismo ebraico (la religione ebraica risalente a Mosè).. ma...
    ...in realtà, il monoteismo, ossia la negazione dell’esistenza di altri dèi, non fu proprio l’intenzione dell’Antico Testamento! Non nel suo insieme almeno. Infatti la comunità confessa: “Tutti gli altri popoli camminino pure ognuno nel nome del suo dio, noi cammineremo nel nome del Signore Dio nostro, in eterno, sempre”.
    Quindi. Per determinate ragioni morali ciò che anticamente fu scritto con chiare intenzioni e idee, venne poi frainteso o peggio, volontariamente inteso per ciò che “loro” ritenevano più conveniente, per dare forza e maggiore potenza e credibilità alla Chiesa e per far si che questa in qualche modo si distinguesse. Inteso anche per ciò che “loro” ritenevano più conveniente in vista magari di un possibile vantaggio da poterne trarre.
    In un contesto di ricerca di una “Nuova identità nazionale”ecco che allora il prodotto finale che ne consegue è il monoteismo.
    Questa nuova conoscenza ha influito positivamente sulle mie idee, ha rafforzato la mia opposizione/intolleranza (anche se opposizione è un termine un po’ eccessivo ma io lascerei questo, giusto per intenderci) alla Chiesa. E quando dico chiesa la intendo in quanto “Chiesa con tutto il suo marciume politico e spesso fittizio-religioso che ci sta dietro e che la sostiene”. Intendo quel “dietro alle quinte”, quel piedistallo che la sorregge e l’innalza.

    September 14

    Inquadrature/ Le "Allegorie" di Garcin e i frammenti di Yamamoto

    Oggi sono stata ad un’interessante mostra fotografica, una mostra piuttosto modesta ma gratificante. La mostra espone a Milano presso la Galleria Carla Sozzani in corso Como, precisamente – per chi ha familiarità – all’interno del più che conosciuto “10 corso Como”, resterà aperta al pubblico fino al 28 ottobre.

    In realtà le esposizioni erano due: la prima,
    "Allegorie" , è una personale del fotografo francese Gilbert Garcin.
    Nel momento in cui Garcin si ritira dal lavoro sente il bisogno di rielaborare le esperienze vissute per esprimere il suo punto di vista sulla vita. A questo scopo sceglie la fotografia.
     
     

      ©Gilbert Garcin -
    Les témoins indifférents (I Testimoni Indifferenti)


    Decide di creare un personaggio da inserire in situazioni metaforiche ogni volta diverse e realizzate grazie a semplici miniature fatte in casa con materiale di recupero (sabbia, parti del vecchio meccano di suo figlio, giocattoli, pietre, fili…). I paesaggi così realizzati servono da sfondo a questo signor Nessuno, l’uomo qualunque, che in situazioni metaforiche esprime massime e pensieri sulla condizione umana.

                 
                  ©Gilbert Garcin - Quand le vent sel vera (Quando il vento sale)


    Le fotografie di Garcin sono interamente realizzate con un metodo artigianale: non c’è l’intervento del computer e il lato “bricolage” (taglia, incolla, crea un’ombra, rimpicciolisci…) è parte integrante della tecnica utilizzata. Niente colore, solo bianco e nero, e un grande rigore nella realizzazione. Con crescente entusiasmo Garcin crea centinaia di fotografie/collage che compongono la ricca “autobiografia fittizia” del signor Nessuno. Aspetto distinto, anziano, alto e leggermente calvo, capelli bianchi, un cappotto un po’ demodé (appartenente al suocero di Gilbert Garcin), questo personaggio interpreta paradossi, allegorie e riflessioni. Le immagini sono accompagnate da titoli che guidano la loro interpretazione e sono spesso alla base della creazione dell’opera stessa.


    ©Gilbert Garcin - Ambitieux (Ambiziosi)

    presse
                            ©Gilbert Garcin - Presse

    le_funambule-il_funambolo ©Gilbert Garcin - Le Funambule (Il Funambolo)


    Recentemente Garcin ha iniziato a fotografare anche la moglie. La coppia viene quindi messa al centro della riflessione dell’artista. Anche in questo caso le fotografie sono caratterizzate da una forte ironia. Le allegorie riflettono: la difficoltà di comunicare, di vivere a due, di capire se stessi e i propri desideri, così come la volontà di liberarsi dagli schemi imposti dalla società. Viene messa in luce  l’impotenza davanti alle difficoltà quotidiane e il bisogno di ognuno di sentirsi realizzato, importante, sereno. Il teatro racchiuso nelle fotografie di Garcin mette in scena una marionetta esistenziale nella quale ognuno di noi può riconoscersi.

    163-le_dilemme ©Gilbert Garcin - Le Dilemme (Il dilemma)

    ----------------

    “Masao è un superbo fotografo.
    Ogni stampa è un meraviglioso mondo, sia che ci rappresenti una sognante cascata che una foglia di loto su uno sfondo d’inchiostro, un bocciolo posato su un semplice piatto o degli uccelli in volo oppure immobili, solitari o in gruppi che disegnano una nuvola nel cielo.
    Egli accosta un ibisco in fiore allo sfondo di un fuoco d’artificio.
    Masao Yamamoto ci obbliga a fermarci nel nostro frenetico passare da una cosa all’altra e ci offre la possibilità di guardare il mondo con altri occhi.”
    Margarett Loke
    The New York Times, 19 maggio 2000

    L’altra installazione è quella dell'artista giapponese Masao Yamamoto; le fotografie fanno parte di due raccolte: "Nakazora" e "A box of Ku". Il termine buddista “nakazora” definisce lo spazio fra il cielo e la terra, il centro della volta celeste (lo zenit), ma anche il vuoto. “Ku”, da cui il titolo “A box of Ku”, è un carattere cinese che ha diversi significati: “cielo”, ma anche “vuoto, assenza”. Se intesa come parola buddista, il suo significato è: “fenomeno che non assume una forma concreta”, e anche “ciò che non si può conoscere” e quindi descrivere.


    ©Yamamoto Masao

    Entrambi i progetti sono composti da fotografie, principalmente in bianco e nero, stampate con metodi tradizionali su carta fotografica. Ogni immagine è riprodotta in dimensioni così piccole che a volte è difficile identificarne il soggetto. I bordi delle fotografie sono tagliati in modo irregolare e molti sono consumati. Le fotografie sono così stropicciate che sembrano quelle, dimenticate da tempo, e ritrovate nel portafogli o in una vecchia scatola. Le imperfezioni, le pieghe, la carta volutamente strappata, la stampa a volte imperfetta, caratterizzano in modo differente ogni stampa.

    Il valore dell’opera di Masao Yamamoto è dato sia dalle singole fotografie, create con eleganza, precisione e equilibro, che dalla composizione dell’insieme: dalla relazione estetica e di significato che si instaura fra immagini.

    Tutta l’opera di Yamamoto si basa sul frammento: le fotografie sono piccoli istanti di vita quotidiana, i soggetti sono spesso molto comuni, a volte persino banali, ma nell’insieme ricreano l’universo personale dell’artista, ritraendolo con grande sensibilità. Allo stesso tempo i singoli frammenti riuniti creano una storia, un’atmosfera.

    Di rilievo il rapporto fra spazio bianco/vuoto e spazio pieno/dedicato alle fotografie. I due elementi sono ugualmente importanti per la composizione. L’installazione, come una sinfonia, prende forma fra le immagini (note) e lo spazio bianco (silenzio). L’equilibrio fra questi due elementi e la sensibilità di Yamamoto rendono la sua ricerca estremamente raffinata e singolare.

    Avendo visto le installazioni di Masao Yamamoto quello che pare è che rompe le convenzioni e le regole della fotografia; non ingrandisce, quasi cercasse di rendere arduo lo sforzo dello spettatore nel decifrare l’immagine e volesse obbligarlo a fermarsi per guardare in profondità. Non ingrandisce e anzi, rimpicciolisce. Tanto che lo spettatore davvero tende ad avvicinarsi quanto più possibile all’immagine che ha dinanzi per riuscire a decifrarla.

    Fotografie, principalmente in bianco e nero, stampate con metodi tradizionali su carta fotografica. Ogni immagine è riprodotta in dimensioni così piccole che a volte è difficile identificarne il soggetto. I bordi delle fotografie sono tagliati in modo irregolare e molti sono consumati. Le fotografie sono così stropicciate che sembrano quelle dimenticate da tempo e ritrovate nel portafogli o in una vecchia scatola. Le imperfezioni, le pieghe, la carta volutamente strappata, la stampa a volte imperfetta, caratterizzano in modo differente ogni stampa.

    Le foto di Masao Yamamoto sono cose, oggetti, frammenti di mondo.
    La realtà che egli vuole rappresentare è una realtà interiore.
    Le sue opere sono descrizioni di sogni.
    In un’intervista Masao ha spiegato: “Io vivo ogni giorno sentendo la divinità in tutte le cose indistintamente e andando alla ricerca della bellezza”.
    Le sue immagini spesso sono rappresentazioni simboliche di qualcos’altro a cui egli sta pensando.

    La galleria si trasforma in una sorta di camera concentrica con al centro un cubo, dove si può entrare, come per accedere in un'altra dimensione... e trovarvi racchiuso un altro dei piccoli tesori di Yamamoto: una fotografia in bianco e nero di piccole dimensioni, come tutte le altre del resto. Sono quasi tutte simili a francobolli o a cartoline, “appiccicate” sulle pareti della galleria, universo che accoglie queste costellazioni di fotografie, legate da un senso che solo chi le guarda può cogliere.




    Le sue fotografie sono come un tocco delicato. I paesaggi, gli animali, i corpi di donna, nuvole, cieli, suscitano un senso di pace e tenerezza, perché testimoni della delicatezza di cui la natura è capace. In una sala più piccola e raccolta invece vi sono pochi altri lavori, più grandi per dimensioni, protetti da cornici con vetro. I soggetti restano più o meni gli stessi.
     




    _                     ----------- ------------                   _                    --------- ------------                   _


    La mostra ci (o almeno Mi) ha fatto riflettere sulle più svariate questioni, diverse ma ugualmente curiose e interessanti.

    Particolare e in un certo qual modo suggestiva, al tempo stesso semplice e complice di singolarità e unicità nel suo essere così timidamente originale. Mi ha dato modo di stupirmi proprio per la sua originalità innanzitutto, e per il suo modo di imporsi nella sua così liberale spontaneità.. e per il suo pronunciarsi puro, infinitamente naturale e genuino. E ancora, mi ha stupito l’innovativa e insolita prospettiva offerta da questi magnifici fotografi. Anzi. Dai magnifici sguardi di questi artisti. Perché è questo che una fotografia è: l’occhio, lo sguardo dell’artista. E più profondamente è anche il riflesso del suo pensiero in una possibile forma di espressione.


    Qui di seguito la mia amica BondMic all'interno del "cubo" presente al centro della sala (che nessuno aveva capito bisognasse entrarci dentro:)

    September 10

    "Ceci n'est a pipe"; "I due misteri"

    Questa non è una pipa - 1948
     
    I due misteri - 1966
     
    Questa riproduzione in alto è o non è una pipa? Come possiamo adeguare la conoscenza alla realtà e mediarla attraverso la rappresentazione? Magritte con questa opera mette bene in luce il problema della referenzialità semantica.
    Parola e cosa. Significato e significante.
    Effettivamente la figura che noi osserviamo è una pipa; ma se volessimo fumarla? Non si potrebbe. Se volessimo pulirla? Non si potrebbe. E se volessimo.. Non si potrebbe fare nulla. Essa rappresenta la pipa, ma non la “cosicità” della pipa stessa, la sua fisicità (messaggio tra parentesi per le mie amiche e compagne di corso: Pinotti 4ever, mi manca!!). 
    Infatti non solo il nome, ma soprattutto l’immagine, hanno ben poco a che fare con una vera pipa. In effetti rappresentano il segno della pipa e tutto ciò che possono fare è richiamarla alla mente (si 'gioca' sull'associazione cosa-parola).. tant'è che se si chiude per un attimo gli occhi, talvolta sembra di sentire l’odore delle cose rappresentate, ad esempio - in questo caso - potrebbe sembrare, chiudendo gli occhi, di sentire l'odore di tabacco da pipa!
    September 02

    Soggetto e feticismo.

    La lunga lotta tra il soggetto e il feticismo perdurata per secoli e iniziata con la nascita del capitalismo moderno, sembra definitivamente conclusa con l'evidente trionfo del secondo, del feticismo intendo. Infatti tracce di questo possiamo trovarle ovunque: non solo nel dominio della merce ma anche nell'opera d'arte.. o come nelle "semplici" (nel senso che sono le più 'frequenti') relazioni fra gli esseri, che sono bene o male fondate in modo ossessivo sulle apparenze. Così sembra.

    Ma quando si ha a che fare con le riflessioni critiche e teoriche, invece, possiamo esser certi di una cosa: che non c'è niente di definitivamente concluso; che il pensiero può ancora sfasare ogni apparente realtà, o quasi; e arrivare a mettere persino in dubbio le cose che sembrano essere più fermamente vere. E' che con la riflessione non si può mai esser certi di essere arrivati ad una solida, ferma e permanente conclusione. Mai.


    fiOr.