|
|
June 28 Odio. Oggi io odio. Odio la polvere, odio le briciole, odio guardarmi allo specchio, odio la visione distorta che ho di me stessa: odio le mie gambe, odio le mie braccia, odio soprattutto le mie cosce. e odio le mie gambe, odio le mie cosce, odio le mie gambe, odio le mie cosce. Odio le mie gambe, odio ingrassare, odio guardarmi, odio sentirmi dire che sono l'opposto di come mi vedo io, odio chi si ostina a dirmi 'lo sai che non è così', no cazzo, no che non lo so! Odio tutto in questo momento! Mi odio. June 24 Per Platone il problema dell’arte si limitava allo stabilire quale fosse il suo valore di verità, se rendesse migliore l’uomo, se avesse un valore educativo. Per Platone la poesia era inferiore alla filosofia, perché la poesia è una sorta di virtù, una cosa innata, avviene per ispirazione, per sorte divina, per intuizione, non per conoscenza.
In uno dei libri della Repubblica, non so quale, considera l’arte come mimesi, cioè come imitazione delle cose sensibili, le quali sono imitazioni del vero essere. Così l’arte non è solo imitazione, ma una imitazione di imitazione, tre gradi lontana dalla verità dunque. Inoltre chi imita non ha neppure retta opinione di ciò che imita (per es. dell'idea del Bello, o l' "Idea di.." in generale), perciò "l’imitazione è un gioco e non una cosa seria". Se così è, ne consegue che l’arte è della parte meno nobile dell’anima umana. L’arte quando è autonoma corrompe quindi essa può valere solamente se si mette a servizio del vero, cioè se si assoggetta alla filosofia e il poeta, l’artista e simili si 'sottomettono' alle regole del filosofo.
La retorica aveva a quel tempo un'importanza fondamentale, forza civile e politica soprattutto e i retori per eccellenza erano i sofisti. Per Platone, invece, la retorica è da condannare per lo stesso motivo dell’arte, perché essa è contraffazione del vero, essa convince senza avere conoscenza, dando illusorie credenze. Il retore bravo è solo quello che più persuade, non quello che più sa. Anche la retorica si basa allora sulla parte peggiore dell’anima, quella dove sono in gioco le emozioni e dove si è sensibili al piacere. Così alla retorica va sostituita la vera politica che è poi, ancora, la filosofia (questo aspro giudizio si trova nel Gorgia, il "libro" più antiretorico di Platone).
Mi sento un po' stupida a scrivere tutto questo, perché dopotutto io sono per la retorica in tutto e per tutto, che questa sia colma di conoscenza da parte dell'oratore o che ne sia priva. Ma in fondo mi sto semplicemente limitando ad esporre una parte, forse l'inizio, dell'arte in quanto arte e dell'arte del parlar bene secondo Platone.
Ora. Vorrei, detto questo, passare ad un pensiero che ho fatto sull'arte, inteso con questa - date le ambiguità di arte in senso lato - l'arte dei quadri, delle Opere d'arte, degli artisti dell'immagine. L'arte visiva. Il discorso, da qui alla fine, è breve. Volevo solo un parere riguardo un mio piccolo pensiero.
Se Platone fosse sopravvissuto anni e anni, secoli, millenni... o insomma, se fosse della nostra epoca e con lo stesso identico pensiero di allora, potrebbe credere che i veri artisti siano quelli contemporanei, dal futurismo, all'astrattismo, alla pop art e via dicendo? Ho pensato che se lui critica tanto l'arte come imitazione di imitazione, allora gli artisti contemporanei sarebbero l'originalità per eccellenza? Sarebbero loro i soli veri artisti?
June 23 Muffin ai pistacchi e semi di papavero, con canditi e cuore morbido di crema di nocciola
June 22 Sono stata questa sera al Teatro Out Off di Milano, a vedere La serva amorosa di Goldoni. A parte qualche piccolo disguido personale (chi c'era sa), per il resto è stata una commedia davvero carina che, al di là della trama, mi ha colpito per la forte personalità dei personaggi, molto marcata, una quasi totalità di immedesimazione nel personaggio inscenato.
Beh, che dire... cito Goldoni stesso e lascio ai curiosi togliersi la curiosità di vedere direttamente la commedia - per chi è di Milano ovviamente.
 (…) La signora Medebac mi forniva idee interessanti, patetiche o d'una comicità semplice e innocente; e la signora Marliani, vivace, spiritosa e naturalmente scaltra, mi stimolava felicemente l'immaginazione, e mi incoraggiava a lavorare in quel genere di commedie che richiedono finezza e artificio.
Cominciai con La serva amorosa, cioè in francese la Suivante généreuse, perché l'aggettivo amoroso in italiano si applica sia all'amicizia che all'amore.
Corallina, giovane vedova ed ex-domestica di Ottavio, vecchio negoziante veneziano, è legata d'amicizia disinteressata a Florindo, figlio di primo letto del suo ex-padrone: lo accoglie in casa, e assiste con ogni cura l'infelice giovane, scacciato dalla casa patema dalla malignità d'una matrigna avida e barbara. Non basta: Florindo è innamorato di Rosaura, figlia unica di Pantalone: sa che la ragazza risponde al suo sentimento, ma la durezza del padre non gli permette di sposarsi, e d'altra parte crede di essere obbligato dalla riconoscenza a sposar Corallina. Quella donna virtuosa comincia a persuaderlo che per lei non è un'offesa se lui ne sposa un'altra; poi tanto fa che convince Pantalone ad accordare la figliuola a Florindo, a patto che questi torni in casa del padre.
Si trattava di conquistare la fiducia di Ottavio e di annientare le calunnie e gli artifici d'una donna maligna e amata. Col suo spirito Corallina ci riesce: Ottavio è convinto della falsità della consorte, riconosce l'innocenza del figlio e stende in suo favore il testamento che stava ideando. La commedia incontrò moltissimo. (…)
(…) Dicesi che Corallina parla più che da Serva, ed opera con troppo ingegno e con troppo fina condotta. Ciò è vero, se tutte le Serve hanno ad essere quelle sciocche, che tali Critici avranno praticato soltanto; ma io ne ho conosciute delle bene educate, delle pronte di spirito, capaci de' più difficili, de' più delicati maneggi. lo non imbarazzo questa mia Serva in cose superiori al femminile talento: ella è una femmina più accorta di molte altre, siccome lo è effettivamente l'Attrice medesima, che ha tal carattere rappresentato. È osservabile in questa Commedia il carattere della Matrigna, che per far la fortuna di un suo Figliuolo cerca rovinare il Figliastro, ed è non meno essenziale il personaggio di Ottavio, accecato dalle lusinghe della seconda Moglie a segno di abbandonare il proprio Figlio, sagrificandolo alla tirannide di una Donna mal conosciuta. Corallina ha il merito di disingannare il buon Vecchio, di svelare le mali arti della Matrigna, e di restituire allo stato suo il povero sventurato Florindo, onde le se adatta mirabilmente il titolo di amorosa. (…) Carlo Goldoni regia: Lorenzo Boris  Durer fece una version e del figliol prodigo tra i maiali enfatizzando così il naturalismo del ritratto.
- - - _ _ _ ° ° ° _ _ _ - - -
In età moderna la parabola del figliuol prodigo è stata un tema svolto da moltissimi scrittori e altrettanti pittori, come da Durer e Rembrandt, fino a Rodin e persino DeChirico. Anche i gesuiti la utilizzarono spesso nelle loro rappresentaszioni teatrali, perché ben coinvolgeva il pubblico, significando 'il perdono finale del figlio da parte del padre' (nel caso di quest'opera sopra riportata di Durer, il perdono del figlio dopo aver sperperato tutta l'eredità). Così come la predica, anche il teatro illusrtrava un "exemplum", ricorrendo alla mozione degli affetti, piuttosto che alla dimostrazione logica di un dogma o di un assuto di fede... insomma, non uno schema quasi-logico, ma qualcosa di più umano. °°° °° °
Nel 1602 Giovan Battista Marino, il più famoso poeta italiano nell'Europa del primo Seicento, pubblicò nella sua raccolta di poesie sacre un sonetto dal titolo "Sopra la parabola del figliuol prodigo". Ora, non riporto tutto il sonetto.. ma le rime della prima strofa sono interessanti; Marino semplifica lo schema familiare, elimina il momento della ribellione iniziale del padre, tralascia il racconto della dispersione e perversione del figlio - lontano da casa - concentrandosi invece soltanto sul giovane che, caduto in miseria dopo aver sperperato l'eredità (come ho già detto), è costretto a fare il guardiano dei maiali... La rima della prima strofa è "diletto"/"affanno"/"Tiranno"/"affetto": avvicina gli estremi impossibili, quelli cioè che mai severità paterna avrebbe ammesso. In quel sonetto il poeta descrive quanto al figliolo lontano non rimanga altro che la rincorsa al passato, "rincorsa" richiamata alla mente nelle strofe successive con i colori, le forme e i profumi dell'abbondanza e del privilegio dei ceti abbienti, con "ricche mense", "piume", "aureo tetto", "accorti servi", i quali vengono messi a confronto con "giacigli di pietre" ("sassi"), unico posto dove riposare e con i maiali, come sola compagnia e ai quali deve badare. L'aureo 'tetto' è adesso un letto di sassi, i 'servi', allora attenti solo ai suoi comandi, sono ora delle bestie laide, luride, che beatamente volgono il loro interesse altrove e che l'ignorano... e le 'ricche mense' rdotte ad erbe selvatiche.
Detto questo, se prima ho osato disdegnarlo e crederlo insulso questo quadro, ora (non)mi sorprendo(affatto) ad apprezzarlo infinitamente.
June 19 Quante volte negli altrui sorrisi ho veduto il tuo. Quante volte quando le persone per le strade, nel traffico pedonale, capitava mi sfiorassero, ho sentito il tuo profumo. Ti ricordavo sempre con le lacrime agli occhi; mi bastava una nostra canzone per avere come effetto collaterale magone, groppo in gola, seguiti da un pianto irrefrenabile fino a singhiozzare, fino a non avere più lacrime da piangere. Un cuore straziato e un'anima ferita dalla delusione, dal dolore, dall'amarezza e anche da qualche incomprensione - se me la concedi. E' passato. Oh sì, ora posso proprio dirlo. E'. Passato. La cosa più bella che possa mai capitare, è dire di una cosa che è passata quando si riesce a ricordarla con un sorriso. Senza rimpianti, senza rimorsi - giacché il rimorso semmai dovrebbe essere il tuo, non il mio; non penso di avere gravi colpe di cui addossarmi. E'. Passato. Ora posso dirlo. E sai perché? Perché quella cosa bellissima è capitata proprio a me: ora ti ricordo, ma con un dolce sorriso. Niente più lacrime, niente più rancore.
June 16 Se, al modo stesso della verità la menzogna non avesse che un solo
volto, noi ci troveremmo in termini migliori con lei. Infatti noi
potremmo prendere per certo l'opposto di quello che direbbe il
mentitore. Ma il contrario della verità ha centomila volti e un campo
indefinito.
Montaigne, trad. Almansi
splendido scritto.
permutatio ex contrario ducta "cambiamento [di senso] ottenuto dal contrario".
June 09 Amico. Ho letto il vostro libro. Malinconico al vostro solito. Tristano. Sì, al mio solito. Amico. Malinconico, sconsolato, disperato; si vede che questa vita vi pare una gran brutta cosa. Tristano. Che v'ho a dire? io aveva fitta in capo questa pazzia, che la vita umana fosse infelice. Amico. Infelice sì forse. Ma pure alla fine . . . Tristano. No no, anzi felicissima. Ora ho cambiata opinione. Ma quando scrissi cotesto libro, io aveva quella pazzia in capo, come vi dico. E n'era tanto persuaso, che tutt'altro mi sarei aspettato, fuorché sentirmi volgere in dubbio le osservazioni ch'io faceva in quel proposito, parendomi che la coscienza d'ogni lettore dovesse rendere prontissima testimonianza a ciascuna di esse. Solo immaginai che nascesse disputa dell'utilità o del danno di tali osservazioni, ma non mai della verità: anzi mi credetti che le mie voci lamentevoli, per essere i mali comuni, sarebbero ripetute in cuore da ognuno che le ascoltasse. E sentendo poi negarmi, non qualche proposizione particolare, ma il tutto, e dire che la vita non è infelice, e che se a me pareva tale, doveva essere effetto d'infermità, o d'altra miseria mia particolare, da prima rimasi attonito, sbalordito, immobile come un sasso, e per più giorni credetti di trovarmi in un altro mondo; poi, tornato in me stesso, mi sdegnai un poco; poi risi, e dissi: gli uomini sono in generale come i mariti. I mariti, se vogliono viver tranquilli, è necessario che credano le mogli fedeli, ciascuno la sua; e così fanno; anche quando la metà del mondo sa che il vero e tutt'altro. Chi vuole o dee vivere in un paese, conviene che lo creda uno dei migliori della terra abitabile; e lo crede tale. Gli uomini universalmente, volendo vivere, conviene che credano la vita bella e pregevole; e tale la credono; e si adirano contro chi pensa altrimenti. Perché in sostanza il genere umano crede sempre, non il vero, ma quello che è, o pare che sia, più a proposito suo. Il genere umano, che ha creduto e crederà tante scempiataggini, non crederà mai né di non saper nulla, né di non essere nulla, né di non aver nulla a sperare. Nessun filosofo che insegnasse l'una di queste tre cose, avrebbe fortuna né farebbe setta, specialmente nel popolo: perché, oltre che tutte tre sono poco a proposito di chi vuol vivere, le due prime offendono la superbia degli uomini, la terza, anzi ancora le altre due, vogliono coraggio e fortezza d'animo a essere credute. E gli uomini sono codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto; docili sempre a sperar bene, perché sempre dediti a variare le opinioni del bene secondo che la necessità governa la loro vita; prontissimi a render l'arme, come dice il Petrarca (n.61), alla loro fortuna, prontissimi e risolutissimi a consolarsi di qualunque sventura, ad accettare qualunque compenso in cambio di ciò che loro è negato o di ciò che hanno perduto, ad accomodarsi con qualunque condizione a qualunque sorte più iniqua e più barbara, e quando sieno privati d'ogni cosa desiderabile, vivere di credenze false, così gagliarde e ferme, come se fossero le più vere o le più fondate del mondo. Io per me, come l'Europa meridionale ride dei mariti innamorati delle mogli infedeli, così rido del genere umano innamorato della vita; e giudico assai poco virile il voler lasciarsi ingannare e deludere come sciocchi, ed oltre ai mali che si soffrono, essere quasi lo scherno della natura e del destino. Parlo sempre degl'inganni non dell'immaginazione, ma dell'intelletto. Se questi miei sentimenti nascano da malattia, non so: so che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn'inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell'infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera. La quale se non è utile ad altro, procura agli uomini forti la fiera compiacenza di vedere strappato ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà del destino umano. Io diceva queste cose fra me, quasi come se quella filosofia dolorosa fosse d'invenzione mia; vedendola così rifiutata da tutti, come si rifiutano le cose nuove e non più sentite. Ma poi, ripensando, mi ricordai ch'ella era tanto nuova, quanto Salomone e quanto Omero, e i poeti e i filosofi più antichi che si conoscano; i quali tutti sono pieni pienissimi di figure, di favole, di sentenze significanti l'estrema infelicità umana; e chi di loro dice che l'uomo è il più miserabile degli animali; chi dice che il meglio è non nascere, e per chi è nato, morire in cuna; altri, che uno che sia caro agli Dei, muore in giovanezza, ed altri altre cose infinite su questo andare (n.62). E anche mi ricordai che da quei tempi insino a ieri o all'altr'ieri, tutti i poeti e tutti i filosofi e gli scrittori grandi e piccoli, in un modo o in un altro, avevano ripetute o confermate le stesse dottrine. Sicché tornai di nuovo a maravigliarmi: e così tra la maraviglia e lo sdegno e il riso passai molto tempo: finché studiando più profondamente questa materia, conobbi che l'infelicità dell'uomo era uno degli errori inveterati dell'intelletto, e che la falsità di questa opinione, e la felicità della vita, era una delle grandi scoperte del secolo decimonono. Allora m'acquetai, e confesso ch'io aveva il torto a credere quello ch'io credeva. Giacomo Leopardi, Operette morali -
|