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January 31 Grazie "Ginger" per aver commentato una delle care vecchie foto nell'album Cow Parede... se non avessi letto gli aggiornamenti nella Index di msn non ti avrei mai letto :) In particolar modo grazie perché hai commentato proprio su quella mitica mucca spassosissima con la pompa della benzina e la vespa! Una figata : )
Me le sarei comprate tutte guarda... altro che incendiarle e danneggiarle come molti vandali hanno fatto durante le loro dannatissime partite di calcio in diretta dalla piazza duomo.. tzè. Quelle mucche sono così bbbbelleeeeeeeee *_* January 29
e voi, quale preferite?
January 26 Grazie per le verità che mi hai regalato. Grazie di farmi capire quanto il nostro legame di amicizia sia ancora vivo e saldo. Grazie perché ... non so e s a t t a m e n t e perché, ma semplicemente grazie. Grazie anche per le non-arrabbiature astenute alle sole "alterazioni" ; ) grazie per la pazienza, grazie per il gioco, per le risa, per le chiacchiere. Grazie d'aver quegli occhi che riescono e vogliono vedermi per ciò che realmente sono, con i miei sentimenti, le mie paure e soprattutto il mio passato. Grazie quindi di considerarmi. Grazie di volermi bene così.
Ti ho chiesto se avessi per caso avvistato la luna questa sera. Era bella, l'ho notata anche poco prima che salissimo in macchina. Te l'ho chiesto perché volevo dedicartela. E te la dedico, che tu l'abbia vista oppure no.
Ti voglio bene Silvia.
la tua Manù. January 24 
All'alba il cielo era intinto di fantasia. Avrei voluto regalarti uno dei suoi colori più belli per renderti il buonumore sin dal primo mattino. Regalarti anzi non uno, ma tutti i colorifantasia di questo cielo e donarti per ognuno dei suoi colori e ognuna delle sue sfumature un profumo di fiore, rosa, vaniglia, giglio, tulipano, narciso...... Un profumo per ciascuno. Un profumo e una nota. Un profumo, una nota e una parola, prima fra tutte la parola Amore. January 15 Questa notte ho indossato il tuo pigiamino. Quanto tempo è trascorso.. sono passati anni ormai. Posso consideralo mio? Mio, certo, ma pur sempre tuo. Mio ma sempre e per sempre col tuo profumo, con la tua essenza, con l'immagine indelebile del tuo corpo infilato dentro, alla maniera che facevi tu, infilandolo un po' a casaccio, prima le maniche e poi la testa, che sbucava per ultima fuori dal colletto della maglia... e allora ne usciva una testa con i capelli un po' scombinati. Che amore. Quanta tenerezza. Ma.. come canta la Nannini? ... Quanta tenerezza, non fa più paura... Sei nell'anima. e lì ti lascio per sempre.
January 13 Quando per qualcosa amore e passione si fondono, la tecnica diventa alchimia e il prodotto diventa un'opera d'arte... fiOr - ° - _ - ° - _ - ° - _ - ° - _ - ° - _ - ° - _ - ° - _ - ° - _ - ° - _ - ° - _
Joanne Harris, Chocolat. °Incipit "Siamo arrivate con il vento del carnevale. Un vento tiepido per febbraio, carico degli odori caldi delle frittelle sfrigolanti, delle salsicce e delle cialde friabili e dolci cotte alla piastra proprio sul bordo della strada, con i coriandoli che scivolano simili a nevischio da colletti e polsini e finiscono sui marciapiedi come inutile antidoto contro l'inverno. C'è un'eccitazione febbrile nella folla disposta lungo la stretta via principale, i colli che si allungano per vedere il carro fasciato di carta crespata, con i suoi nastri svolazzanti e le coccarde di cartoncino. Anouk guarda, gli occhi spalancati, un palloncino giallo in una mano e una trombetta nell'altra, tra un cesto per la spesa e un triste cane marrone." °Frammento ... "Questa è un'arte che mi diverte. C'è un alone di stregoneria in tutta la cucina; la scelta degli ingredienti, il modo in cui vengono mescolati, grattugiati, sciolti, le infusioni e come si insaporiscono, le ricette prese da vecchi libri, gli utensili tradizionali - il pestello e il mortaio [...], le spezie e gli aromi che perdono la loro raffinatezza e lasciano il posto a una magia più primitiva e sensuale. E' quella specie di fugacità di tutto questo ciò che mi delizia: tanta cura amorevole, tanta abilità e esperienza riposte in un piacere che dura solo un momento, e che pochi apprezzeranno davvero" ...
- ° - _ - ° - _ - ° - _ - ° - _ - ° - _ - ° - _ - ° - _ - ° - _ - ° - _ - ° - _ ... e chi o cosa è l'alchimista, se non una persona d'interesse viva e totalmente dedita alla costante scoperta dei segreti dell'universo e dei principi attraverso cui trasformare tutti i suoi elementi - di qualasiasi natura essi siano - in... "oro" ? fiOr January 11 "bell' a Napoli" ? alcuni spunti dal Corriere della Sera (i frammenti di Matilde Serao) «Da quanti anni non viene qui un sindaco, un assessore? Da quanti anni non si lavano, queste vie? Da quanti anni non si spazzano? Tutto il letame delle bestie e delle persone e delle case, tutto è qui e nessuno ce lo toglie». Matilde Serao, scrittrice molto originale e giornalista, Carducci la definì come "la più forte prosatrice d'Italia". E parliamo di cento-venti-anni-fa. La Serao scrisse molteplici romanzi sulla città di Napoli, Leggende napoletane, Racconti napoletani, Il ventre di Napoli.... Cominciò come giornalista molto presto; iniziò lavorando per il Corriere del Mattino di Napoli e successivamente lavorò e collarborò con molti altri famosi periodici.
Napoli è ricca di storia, di cultura, di arte, di ... e poi artigiani, cittadini, imprenditori, intellettuali.... e tutta questa bellezza dove finisce?, dov'è finita?, tutta la fatica impiegata e spesa per restituire dignità, decoro e onore alla loro città, annientata da questo incubo: l'immondizia. L'incubo anche di riconoscere nelle cronache di oggi quelle, immutabili, di ieri. Come appunto quelle della Serao.. «Case crollanti, vicoli ciechi, ricovero di ogni sporcizia: tutto è restato come era, talmente sporco da fare schifo, senza mai uno spazzino che vi appaia, senza mai una guardia che ci faccia capolino. (...) Un intrico quasi verminoso di vicoletti e vicolucci, nerastri, ove mai la luce meridiana discende, ove mai il sole penetra. Ove per terra la mota è accumulata da anni, ove le immondizie sono a grandi mucchi, in ogni angolo, ove tutto è oscuro e lubrico». O la sconfortata diagnosi della commissione parlamentare sulla miseria condotta da Stefano Jacini che, a proposito di tante abitazioni del Napoletano, scriveva di «nauseabonda sozzura», o Montesquieu, che nel 1729 già irrideva alla giustizia partenopea («Non c' è un Palazzo di Giustizia in cui il chiasso dei litiganti e loro accoliti superi quello dei Tribunali di Napoli. Lì si vede la Lite calzata e vestita. I soli scrivani formano un piccolo esercito, schierato in battaglia») raccontava di un popolo «ridotto all'estrema miseria» Come l' inglese William Hazlitt che, in aggiunta alle descrizioni di sporcizia, letame e pidocchi, spiegava nel 1825 che «il bandito napoletano» è naturaliter criminale: «Toglie la vita alla sua vittima con scarso rimorso, poiché (di vita) ne ha a sufficienza in se stesso, anzi, da vendere. Il suo polso continua a battere tiepido e vigoroso; mentre il sangue di un più mite nativo del freddo Nord raggela alla vista del cadavere irrigidito». Favolosa interpretazione. E se Stendhal (ne "la città più bella dell' universo") riuscì a vedere "dietro" tutto questo, scoprendo con Goethe ("il tempo è trascorso tutto nella contemplazione di cose magnifiche") una Napoli straordinaria, non fu così per altri. Come il marchese de Sade che denunciava come via Toledo fosse «una delle più belle che sia dato vedere» però «fetida e sudicia» e davanti a tanta bellezza esclamava: «In quali mani si trova, gran Dio! Perché mai il Cielo invia tali ricchezze a gente così poco in grado di apprezzarle?» O come Charles Dickens, nella lettera all'amico Forster: «Che cosa non darei perché solo tu potessi vedere i lazzaroni come sono in realtà: meri animali, squallidi, abietti, miserabili, per l' ingrasso dei pidocchi; goffi, viscidi, brutti, cenciosi, avanzi di spaventapasseri!». E tanti altri... Ordunque, lo scrittore inglese Mark Twain nota la "gente sudicia", Montesquieu, il barone parlava di "nauseabonda sozzura", Dickens, lo scrittore inglese, descriveva i "lazzaroni abietti e squallidi", per lo scrittore Hazlitt "il bandito di Napoli" è criminale per natura... avrà una fine tutto questo marciume che incombe da oltre un secolo sulla città ? January 09 interessante. guardare principalmente dai 15 minuti e 40 secondi in poi. Il paradosso; Gli stupefacenti; se i giovani guardassero la bellezza che c'è dietro ad ogni angolo.. "L'Italia, così la vogliono.. e poi 'sono contro la povertà'. Grande Sgarbi. Grande. rai.tv-RaiDue- "Confronti"
da ridere. rai.tv-stracult
January 04 Alzo la tapparella. Prima azione che mi vene in mente di fare in questo freddo e ancora addomentato mattino. Nevica, quanto è bello il paesaggio da osservare da dietro il vetro di una finestra. Mi sembra di avere un altro mondo accanto, come un vicino di casa. Due mondi accostati, separati da un vetro. E mi stupisce vedermi meravigliare ancora, davanti alla neve.. così come per tante altre cose. Continua ininterrottamente a cadere, a fiocchi. Riesco a vederla bene soltanto dove i lampioni fanno luce, dove lì la neve, esposta, appare chiara, ben visibile. O comunque nei dintorni dei lampioni. Sembra quasi che nevichi solo in alcuni tratti, poiché il resto mi è negato, nasosto dal buio.
Mi è sempre piaciuta questa parola associata alla neve, fiocchi. Fiocchi di neve. mi evoca tanta dolcezza e magia.
Non vorrei mai che il mio cuore e la mia mente si privassero della facoltà di sapersi stupire. E' una delle cose più belle e più rare che ci siano. E' un istante, ma proprio in quel breve arco di tempo si torna un attimo bambini, bimbi e al contempo adulti; dell'adulto permane la consapevolezza, la capacità di intendere, di osservare, del bambino ricompare lo stupore appunto. La me ra vi glia. Un bimbo che per la prima volta viene abbagliato da una luce di un diverso colore.. fuori dal suo ordinario, fuori dalla sua normalità, fuori dalle sue possibi fantasie. Non è fantastico? E non è fantastico quando i bimbi sentono per la prima volta cadere sul loro capo qualcosa di fresco che si scioglie all'istante - la neve - e così alzando gli occhi al cielo osservano cadere questi meravigliosi fiocchi bianchi - uno, due, tre fiocchi... - fin quando uno finalmente si posa proprio sulla punta del loro nasino ed ecco... ecco che il loro volto si trasforma: da agguerriti paladini del mondo a stupìti e sconvolti bonaccioni. E sì che la bocca sboccia in uno smisurato sorrisone, notevole; prima piccolo, incerto, poi più sicuro e sempre più grande... Eccoli, sono bimbi stupìti. °-- ° -- °-- ° -- °-- ° -- °-- ° -- °-- ° -- ° --
1858. Emily Dickinson, Fiocchi di neve
Contai finché essi danzarono tanto Che le loro scarpine saltarono la città - E allora presi una matita Per annotare i ribelli a terra - E poi essi prosperarono così gioiosi Che rinunciai alla boria - E dieci delle mie dita prima così seriose Si schierarono per una giga!
Una descriz ione della danza dei fiocchi di neve, un gioioso vorticare a cui le dita dei piedi, che sembravano così serie, non riescono a resistere... e si schierano, pronti per ballare l'antica vivace danza irlandese, la giga.
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January 03 "La satira si è trasformata in invettiva, il fione dele Formiche si è esaurito. Anche Stegano Benni, nel suo nuovo libro, ride amaro" fonte: Corriere della Sera In un articolo del Corriere si parlava di quanto l'Italia non sia più capace di ridere. Anzi a dire il vero è prima di tutto il Times a dirlo: "siamo un paese triste". L'Italia è un paese triste. Si, può essere. I comici sono diventati predicatori. Si veda Grillo, Luttazzi... che altro non sanno fare se non puntare il dito contro il malcostume, corruzione e disonestà della "casta"... ma che fatica a farci ridere per davvero. Perché qui, da ridere, c'è veramente ben poco. Benigni poi si da alla lettura di Dante per esempio, lecturae Dantis... questo per dire: la satira si è incattivita, è diventata una fissazione, una mania, una monomania: politica, politica, politica, politica, politica, politica, politica, politica, politica... e rabbia. Ma c'è da chiedersi se ne abbiamo poi voglia, dopotutto, di ridere. Ora riporto un pezzo di articolo del giornale, contestuale ovviamente: "I successi delle Formiche di Gino & Michele, che negli anni Novanta spopolarono nelle classifiche, non si ripetono con le Cicale. Dove sono finiti gli stupidari e le raccolte di battute che imperversavano fino a qualche anno fa facendo scompisciare gli italiani? Dove sono finite le collane ad hoc? Chi si ricorda di Comix? Chi si ricorda che nel ' 94, sull' onda esplosiva dei comici in formato editoriale, da una costola della Baldini & Castoldi nacque Zelig (oggi con questa sigla rimane quasi solo lo spettacolo televisivo di Bisio, primitivo nucleo generatore di quei fasti da cui uscirono caterve di libri)? Chi si ricorda che ancora nel 2002 Gino & Michele decisero di mettersi in proprio e di fondare la Kowalski con la speranza di «raccogliere i frutti di dieci anni di lavoro sul campo»? Le cose sono andate declinando, anche con un partner come Feltrinelli: la «furia ridendi» è diventata malinconia. Stando agli ultimi tempi, in libreria pare che ci si debba accontentare della premiata ditta Fazio-Littizzetto, che riesce ancora ad aprirsi un varco in classifica tra i serissimi Saviano e Stella con i «duetti» di Che tempo che fa. Ma se questa è la schiuma di un fenomeno che si esprime soprattutto in forma teatral-televisiva, in libri più o meno usa-e-getta e in un cinema che oscilla fra il trash puro e qualche tentativo originale, che cosa accade nelle profondità della letteratura? Un saggio di Walter Pedullà (Giocosi, umoristi e satirici), che sta per uscire nel nuovo numero della rivista «Il caffè letterario», ci ricorda che il bilancio del comico nel Novecento è ampiamente positivo: «non si è mai riso tanto nei secoli precedenti». A dire il vero, il comico è sempre stato un filone glorioso della nostra letteratura, da Cielo d' Alcamo a Campanile, da Cecco Angiolieri a Gadda, da Burchiello a Flaiano, tanto da alimentare di continuo i generi tragici. Eppure, a scorrere la produzione narrativa (e poetica) degli ultimi tempi, si ha il sospetto che la famigerata tristezza degli italiani non si limiti all' economia, alla politica, alla società e neppure alla satira pop, ma si diffonda anche nelle profondità sottomarine delle patrie lettere. E quando si parla di zone sottomarine, il pensiero corre ai famosi bar di uno degli ultimi campioni del genere comico, Stefano Benni, che dagli anni Settanta ha messo in scena il nostro bestiario umano, in un vasto repertorio tra realismo satirico, gioco parodico, sberleffo e scatenamento fantastico, sempre rigorosamente con lo scopo di sollecitare la risata anche più scomposta sui nostri tic individuali e collettivi. Ora, con la nuova (bellissima) raccolta di racconti, La grammatica di Dio (Feltrinelli, pagg. 182, 14), i toni sembrano attenuati e la malinconia prende il sopravvento sulle spinte ludiche. Della formula posta nel sottotitolo, «Storie di solitudine e allegria», prevale nettamente il primo elemento. In tal senso, Benni ha portato coerentemente alle loro prevedibili conseguenze certe tentazioni moraleggianti e «crepuscolari»** dei libri precedenti, che andavano offuscando lo slancio più autenticamente comico degli esordi. Sono per lo più avvincenti favole spettrali, racconti morali che assumono qua e là coloriture noir, parabole metafisiche, apologhi apocalittici anche laddove parlano dell' oggi, supermercati, cellulari, videogame, sale giochi. Più che ridere, si sorride. Amaro. Dei «comici spaventati guerrieri» è rimasto lo spavento. Non c' è capovolgimento, farsa, calembour, assurdo, parodia, osceno. L' ipotesi di Pedullà è che, finito il Novecento, non resta nulla da ridicolizzare: «Si è essiccata quella fantasia negativa che colpiva alla cieca svalutando valori che purtroppo sono tornati in circolazione. La comicità di prima comunque non azzannerà la minestra riscaldata». E aggiunge, ovviamente senza aver ancora potuto leggere quest' ultima raccolta: «Persino Benni ha smesso di ridere». È pur vero che «quasi sempre gli autori vengono e vanno dal comico al tragico e viceversa, secondo vocazione, necessità culturale e psicologica, confermando così che i due territori sono contigui». È pur vero che Kafka, come Pirandello, come Gadda, come lo stesso Calvino (le cui Cosmicomiche sono di poco successive alla «tragica» Giornata di uno scrutatore), sconfinava volentieri da un opposto all' altro. Ma uno scrittore come Gianni Celati, cui si devono veri e propri capolavori dell' umorismo folle e picaresco anni Settanta (dalle Avventure di Guizzardi in poi), una volta varcata la soglia della narrativa seria (quella «delle Pianure»), non è più tornato sui suoi passi. E neppure un altro scrittore, come Luigi Malerba, che agli esordi aveva sperimentato l' assurdo in libri come La scoperta dell' alfabeto. «La terra del comico - afferma Pedullà - non è mai stata così desolata». È da poco uscita una sua raccolta di saggi, sul Novecento e dintorni, intitolata E lasciatemi divertire! (Manni Editore, pagg. 278, euro 18), il verso con cui circa un secolo fa Palazzeschi concludeva una sua celebre poesia. Chissà che qualcuno, in futuro, guardando alla letteratura dei primi decenni del Duemila, non debba pubblicare una raccolta critica capovolgendo quel titolo: E lasciateci intristire! O qualcosa del genere. «Il Novecento - scrive ancora Pedullà - prima di morire ha svelato alle acculturate masse d' oggi il segreto di ridere di tutto e di tutti (...). Siamo i figli della folle risata che, partita dal futurismo e dal dadaismo, dopo aver attraversato la controcultura anni Sessanta, è approdata alla comicità autoreferenziale della tv attuale». Forse abbiamo riso troppo fino quasi a soffocarne, risate scurrili e demenziali su tutto e su tutti, confondendo le cose serie con quelle ridicole, risate da quattro soldi, indifferenziate, sganasciate low cost, a buon mercato e per tutti i gusti e i mercati: televisione, libri, cinema, fumetti, giornali. E di colpo, asciugate le lacrime di isterica allegria e guardandoci intorno, abbiamo scoperto che c' era davvero poco da ridere. Forse aveva ragione quel catastrofista di Cioran quando affermava: «Ancora poche generazioni e il riso, riservato agli iniziati, sarà impraticabile come l' estasi». **ahh... il crepuscolarismo.. quale miglior corrente poetica del primo Novecento italiano che esprime al meglio i temi della vita quotidiana in tono semplice, dimesso, malinconico... Insomma, declino di un genere letterario glorioso, una tradizione, ucciso dalla politica e dalla televisione. Infine "vi" lascio con un'immagine che mi è piaciuta molto e che ho scannerizzato proprio per pubblicarla qui. Mi ha affascinato la titolazione soprattutto. "Pulcinella fa la serenata alla luna, in un disegno di Luzzati (e non Luttazzi), l'illustratore, pittore e scenografo genovese (scomparso nel gennaio 2007). January 02 Biascicapaternostri. Biascicapaternostri. Biascicapaternostri. B i a s c i c a p a t e r n o s t r i.
Composto di biascica- (biascicare) e del plurale di paternostro. Ebbene si, esiste questa "favolosa" parola. Io - sarò per questo ignorate (nel senso che ignoro)? - non ne ero a conoscenza.. ditemi un po' voi.
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