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July 04 E' da molto tempo che non scrivo più qui di me. Di me né delle mie riflessioni, dei miei pensieri, delle mie giornate e "avventure". Se c'è un perché? Non me lo sono chiesto fino ad ora. Stanotte poco prima di addormentarmi, d'istinto mi è venuto da scendere dal letto per scrivere un post proprio da mettere qui, ma dalla troppa stanchezza ho dovuto rimandare.. Pensavo me ne sarei dimenticata.. invece eccomi qui. Se c'è un perché quindi chiedevo.. Sì, un perché c'è, anche se ancora non troppo certo. Non avevo più desiderio che la gente mi leggesse. Perché leggermi significa leggermi dentro. Quando io scrivo, le mie parole sono letteralmente il riflesso della mia anima. Ed è questo ciò di cui non avevo più voglia (voglia o semplicemente paura?), che la "gente", o amici più intimi, sapessero troppo di me, dei miei continui cambi di umore, delle disavventure, ire, gioie e felicità, dolori e angosce.
E ora, intanto, mi chiedo... Che cosa scaturisce un pensiero? e' vero che la parola "pensiero" può essere utilizzata in riferimento a molti altri verbi... come ricordare, decidere, immaginare, fantasticare, creare, valutare, credere, ragionare... Ma è di per sé, le parole connesse al pensiero si usano quando nel vissuto soggettivo di una persona "c'è qualcosa in più" rispetto a ciò che deriva direttamente dai processi sensoriali. Un qualcosa in più che può riferirsi al presente, al passato, al futuro.. Ma che cosa muove IL pensiero?
Credo che ricomincerò a scrivere. Sicuramente dopo che avrò dato imminente esame in Economia della cultura mi dedicherò di nuovo moltissimo al mio blog di cucina ma cercherò di ritagliarmi del tempo per tornare a scrivere anche in questo spazio che a lungo mi ha consentito di liberarmi da molte angosce, mi è stato caro e di grande aiuto. Uno spazio troppo prezioso, per me, per buttarlo ora nel dimenticatoio.
A presto..
July 03 Parole nel vento - Stadio
Dove sono adesso dimmi,quelle parole d'amore
dove sono quei baci e quel tuo modo d'amare
così disperato e dolce, tenue come la neve
così naturale in tutto, così violento e lieve.
E dove va a finire dimmi, l'amore quando non c'è più
se tu conosci il posto vado, magari vieni anche tu
che ci riprendiamo indietro, quello che abbiamo buttato, perché non
posso pensare, che è stato un sogno mancato, e che erano solo...
Parole nel vento un lampo un momento
un sogno di gloria, la nostra vittoria.
Su questo mare piatto di una vita tranquilla,
che noi non cercavamo, ma che poi ci attorciglia.
Modella i pensieri, amore di ieri,
dove sei, dove sei.
E come sono adesso dimmi, come stanno le tue mani
sono lisce come allora, quando nel buio mi sfioravi.
Quando c'era da scoprire, ogni giorno qualcosa
quando mi dicevi senti, che buon profumo di rosa
ma forse erano solo...
Parole nel vento un lampo un momento
un sogno di gloria, la nostra vittoria.
Su questo mare piatto di una vita tranquilla,
che noi non cercavamo, ma che poi ci attorciglia.
Modella i pensieri, amore di ieri,
dove sei, dove sei.
June 15 post scritto domenica 14 giugno
questo mattino è stato meraviglioso... per questo ci tengo raccontarlo. La
sveglia (biologica) mi ha fatto aprire gli occhi alle ore 5.00,
all’incirca. Mi sono alzata con l’illuminazione di un nuovo tipo di
biscotti. Allora ho preso il mio diarietto dove appunto le mie
creazioni e ho iniziato a scrivere e appuntare. Poi vi farò sapere se è
venuto bene… è abbastanza originale, particolare, da abbinare… ai
formaggi! o almeno questa è l’idea. Formaggi non leggeri, ma piuttosto
gustosi, saporiti, “spessi”. Sono biscotti alla noce moscata ed essenza di arancia, ricoperti di granelli di zucchero di canna e un mix di pepi e cacao amaro. Ho
preparato l’impasto e messo in frigo a far riprendere consistenza al
burro… Lo avrei ripreso poi nel pomeriggio: nel frattempo ho preparato
la colazione a mia mamma per quando si sarebbe svegliata.. crema
di nocciole al cioccolato fondente, pane tostato, yogurt al lampone
(fatto da me), una coppetta di pop-corn dolci glassati al caramello e
un piattino di burro da spalmare sul pane.
Mi sono cambiata, lavata, vestita… e sono uscita in rollerblade. Avevo intenzione di andare fino all’Azienda Agricola di Bollate
per prendere il latte crudo.. e così ho fatto. Armata di zainetto,
bottiglia in vetro, mp3… Ho impiegato un’oretta.. e dopotutto ne è
valsa la pena. Infatti è stato un tragitto meraviglioso quello che ho
fatto per arrivare all’azienda, fino ad oggi raggiunta sempre in
macchina. Che paesaggi… e che quiete a quell’ora! ..mi sembrava
davvero di essere in campagna, mancavano soltanto le vallate, i recinti
di case agricole, pecore al pascolo (e poi magari Heidi e Peter :D)…
era bello davvero. Quanto più mi avvicinavo alla cascina, tanto più
l’odore di stalle, di fieno, di mucche e cavalli riempiva l’aria
circostante. E non aspettatevi che vi dica ‘che puzza’, perché a me
infonde una sensazione di benessere ineguagliabile. Il percorso è
stato a tratti pista ciclabile - marciapiede pedonale – strada e
persino un ponte. Quasi tutte le strade costeggiavano caseggiati con
immensi giardini verdi, tantissimi campi di pannocchie, di grano, per
ora ancora in fase di maturazione. Infatti la semina dei chicchi di
mais – future pannocchie – viene solitamente fatta nel mese di maggio: a inizio
mese scorso, passando sempre per quelle strade in macchina, vedevo i
contadini che col loro grosso “carro” (non mi viene in mente il nome
della macchina apposita che usano per seminare nei campi) inseminavano
e inseminavano… avanti e indietro per tutto il campo già dalle 6.00
della mattina. ‘na faticaccia. Un mese dopo la semina i chicchi si possono osservare già i germogli – ed è quello che ho potuto vedere io stamattina - Si
vedono spuntare dalla terra delle piccole piantine che arrivano poco
sopra al ginocchio. Sono di un verde tale che mette gioia solo a
guardarlo… illumina gli occhi… e il colore brillante assieme alla
tenerezza dell’ancora giovane piantina fanno quasi sorridere e gioire
insieme. Durante l’estate la crescita delle piantine di mais avviene a
dismisura… Dopo circa tre/quattro mesi le piante raggiungono quasi il
metro e mezzo di altezza. Infine, ad ottobre, avviene la
spannocchiatura… e la cosa curiosa è che questa viene fatta quando le
piante sono ormai diventate secche, quando assumono cioè un colore
giallognolo, più sull’ocra, color ocra chiarissimo. Perché è allora che
ci si intrufola fra le piante secche per staccare le pannocchie mature.
Ricordo che tanti anni fa una bambina andava insieme ai suoi piccoli amici a rubare le pannocchie in questi campi… dico rubare perché
è ovvio che non si potrebbe. Questa bimba, come del resto tutti gli
altri bambini, non sapevano nemmeno cosa ne avrebbero fatto con quelle
pannocchione giallissime… ma il gusto di andare a prendere qualcosa in
proprietà private, riempire sacchetti di plastica del supermercato e
fuggire a più non posso con il cuore in gola che batte all’impazzata,
la paura di essere visti… e tornare a casa col fiatone della corsa e
gridare ‘mamma mamma guarda che cos’ho qui!!’ col sorriso stampato in
faccia… ecco, tutto questo non ha prezzo. Quella bimba ero io. Più
avanti, oltre i campi e le piantine di mais, v’erano poi delle case e
ognuna di esse aveva come delle aie, dei cortili antistanti le case che
separano le stesse dalla strada con un piccolo giardino. Le mura
relativamente alte dei giardini diventavano quasi inesistenti poiché
travestite da piante rampicanti Jasminum, stracolme dei loro
profumatissimi fiori. Ed è di lì, che passando veloce con i miei
pattini, sfioravo meravigliosi gelsomini in fiore, di cui mi inebriavo
dell’intenso e intrigante profumo, quasi pungente, forte e quasi
estatico. A seguire, qua e là piante di glicine la cui profumazione era sottile ed evanescente; infatti quei glicini – o finti grappoli d’uva ? – erano
di un colore violetto sbiadito, poiché evidentemente giunto oramai al
termine della sua fioritura, nonostante la pianta rimanga fronzuta fino
ad autunno inoltrato. Il percorso a ritroso non è stato una noiosa ripetizione, ma anzi, occasione di ulteriore meraviglia e piacere. May 17 Troppo spesso le persone parlano di qualcosa di cui non conoscono nemmeno il significato. Così come parlano di Amore, senza averne mai neppure provato la consistenza materiale, il suo odore, la sua forma. Così come parlano del Dolore, persone in sé povere e superficiali, cosa mai avranno di vero da dire sul dolore?
E così come parlano di questo, osano pronunciarsi su molto altro ancora senza alcun rispetto dell'altrui sensibilità.
(e non pensate stia parlando indirettamente di me, non è del tutto così. Magari sì, ma solo in parte. Tendo sempre a universalizzare le esperienze, mie ma anche di terzi).
February 15 [...] gli unici casi in cui Quinn prova ancora gioia genuina, sono le passeggiate attraverso Manhattan: “la cosa che preferiva fare in assoluto era camminare: quasi ogni giorno, col bello o col brutto tempo, col caldo o col freddo, usciva dal suo appartamento e andava a zonzo per la città: non è che avesse una meta precisa, andava semplicemente ovunque lo portassero le gambe”. Camminare in città diventa allora per Quinn una terapia e il confuso susseguirsi dei luoghi agisce su di lui come un efficace ansiolitico:
Ogni volta che faceva una passeggiata, era come se si lasciasse alle spalle la propria persona e, arrendendosi al movimento delle strade, riducendosi a un occhio che guarda, riusciva a sottrarsi all’obbligo di pensare, il che, più di ogni altra cosa, gli concedeva un po’ di pace, un salutare vuoto interiore [...]. New York era uno spazio inesauribile, un labirinto di passi interminabili, e per quanto lontano si spingesse, per quanto a fondo arrivasse a conoscerne i quartieri e le strade, la città lo faceva sempre sentire smarrito. Smarrito non solo dentro la città, ma anche dentro se stesso [...]. Durante le sue passeggiate migliori, riusciva ad avere la sensazione di non essere in nessun posto. [...] New York era il nessun posto che si era costruito intorno, e adesso sapeva di non aver più alcuna intenzione di andarsene (CG, p. 6).
Passeggiare apre le porte dell’esperienza, anzi rende coscienti della genesi di qualsiasi esperienza genuinamente moderna. “Chi cammina a lungo per le strade senza meta viene colto da un’ebbrezza. Ad ogni passo l’andatura acquista una forza crescente; la seduzione dei negozi, dei bistrot, delle donne sorridenti diminuisce sempre più e sempre più irresistibile si fa, invece, il magnetismo del prossimo angolo di strada”.
Walter Benjamin teorizza così la figura del flâneur il quale, mescolandosi alla folla nel suo girovagare, prova un’ebbrezza che annulla la sua identità. È lo stesso anonimato cui tende David Quinn, quando si fa sopraffare dalle sensazioni molteplici che solo la metropoli può offrire. Per molti teorici della modernità tra cui lo stesso BEnjamin, la città, crescendo oltre certi limiti diviene così metropoli, luogo “dove si impone il Geist, non l’individuo”, schiaccia il singolo nella sua immensità. La letteratura modernista registra questo disagio, deprecandolo, mentre nel modo di sentire postmoderno abbiamo una “Babele priva dei tratti inquietanti e distopici della città satanica che Eliot aveva lasciato in eredità”. February 12 Sono giorni di sole e di vento. Il cielo terso, le nuvolette che si spostano veloci, i mulinelli di vento che sollevano piccole spirali di cianfrusaglie – giornali, fogliame, carte, cartine. All’orizzonte – la mattina presto – il sole sembra accendersi su uno spartifiamma: la luce si propaga, orizzontalmente all’infinito (l’infinito delle mie possibilità visive); è un fascio rossiccio che tende all’arancio, un arancio di stagione, l’arancio colore dell’amore per la vita e colore di chi guarda lontano davanti a sé; questo fascio di luce indescrivibile sovrastato dall’azzurro naturale di un cielo appena sveglio e su cui si stagliano fili giocosi e colorati che si divertono ad intrecciarsi lungo quel fascio di luce, che si stende e si abbandona sconfinatamente. E così mi sembra di vedere questi fili all’orizzonte (si, mi rifaccio all’opera di Sciascia. E chissà se anche il Vice si soffermerebbe altrettanto su queste visioni…) che si incontrano e si scontrano, si intrecciano e si divertono, trastullandosi allegramente. February 10 Palazzo Madama, giunge la notizia della morte di Eluana. Gaetano Quagliariello (pdl) è rabbioso come un cane, incontrollabile e grida: "Eluana non è morta, Eluana è stata ammazzata!". Pochi secondi e l'aula del Senato diventa un luogo dal quale più che restare, sarebbe meglio scappare. "Assassini! Assassini!" quelli del centrodestra. ..manco fossimo in guerra. Quasi danno il via ad una rissa al Senato. Di certo quel "Assassini" si rivolge in particolare al Presidente, sì... il nostro Presidente della Repubblica... che io lodo invece con tutto il riguardo possibile perché ha preso la migliore decisione. Le accuse del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: "E’ grave il rammarico che sia stata resa impossibile l’azione del governo per salvare una vita". Quella di Maurizio Gasparri, capo dei senatori del Pdl, accusa: "Su questa vicenda peseranno per sempre le firme messe e le firme non messe". A seguire quella peggiore di Renato Farina: "Non potendo debellare la malattia, hanno debellato Eluana. La decisione di Napolitano appare gravissima dinanzi a Dio e agli uomini. Davvero egli rappresenta l’Italia?". Pesante, questa. Ma voglio andare oltre. Voglio capire una cosa. Possibile che una morte debba essere intrisa a tal punto di politica? Addirittura l’avvocato Taormina rispunta fuori facendo sapere che denuncia tutti "per omicidio premeditato". Si parla di politica, si parla di legge, si parla di omicidio... si parla di tutto meno che di questioni umane, puramente e meramente umane. D'accordo, la sua non era una morte cerebrale, era in stato vegetativo, il che è ben diverso. Ma ... diciassette anni. Cristo, DICIASSETTE! Ma come si può tenere attaccata ad una macchina una persona per diciassette anni!? Come possono ridursi i suoi cari a starle affianco così a lungo!? E poi, cosa possono fare, in cosa possono sognarsi di sperare!?
Tanto per la cronaca: http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_09/mentana_gf_mediaset_1581f848-f6ed-11dd-9c7e-00144f02aabc.shtml
January 15 Che bello, finalmente il mio primo panetto di burro. Questa novità mancava nella mia esperienza di culinaria! La straordinarietà con cui si vede il burro formarsi e separarsi dal liquido, è stupefacente! Se non l’avessi fatto e visto con i miei occhi avrei stentato a crederci. Il ‘liquido’ di cui parlo non è semplicemente liquido ma è il latticello, il siero di latte, ovvero il suo principale componente. In inglese (e mi piace anche molto di più come suona!) è chiamato buttermilk… delizioso buttermilk. Nelle ricette lo si usa di frequente per fare i dolci (ma anche i salati, ad es. focacce…) ma ci si vede quasi sempre costretti a sostituirlo (con equivalente di panna acida, oppure con equivalente latte più un cucchiaio di limone o in altri modi…) visto che siamo in molti a piangerne la scarsa reperibilità! L’unico modo quindi è… farlo! Come? Facendo il burro : ) quella delizia che si separa dal burro dalla lavorazione della panna è appunto il latticello.
Esistono degli alimenti che non hanno la fama che meriterebbero: il latticello è sicuramente uno di quelli. Il latticello ha delle ottime proprietà. Anzitutto c’è da dire che è l’integratore alimentare ideale nelle diete dimagranti e nella regolazione del peso corporeo, poiché fornisce un apporto calorico modesto, bassissimo, persino inferiore a quello del latte: solo 26 cal/100ml ed è inoltre poverissimo di grassi. E’ ricco di alcune delle più importanti proteine, proteine tra l’altro altamente digeribili ed è inoltre ricco di minerali e di vitamina B2, fondamentale per la prevenzione dei disturbi cutanei e visivi. Tra i tanti pregi nutrizionali di cui vanta il latticello, bisogna ricordare che ha un basso tenore di sodio e la forte presenza di sali minerali basici (come ho già detto), in particolare il potassio (diuretico), il calcio, il magnesio e il fosforo, necessari al mantenimento delle ossa. E ancora, ha proprietà depurative, disintossicanti, aiuta a regolare l'intestino (niente più incubi di Alessia Marcuzzi che sbuca fuori dal frigorifero dunque), diuretiche, energetiche... Beh, avrete capito: il latticello è ingiustamente sconosciuto ai più e sottovalutato! E che dire del burro.. Io di certo non lo consumo, ma la mia mamma sì ed io lo uso per fare dolci e altre prelibatezze in cucina (che preparo sempre per gli altri però, non x me; ). E’ stata una soddisfazione immensa aver fatto questo panetto soffice soffice di burro; averlo osservato mentre miracolosamente si separava dal latticello; averlo “spremuto” fino a farne colare tutto il liquido, sino all’ultima goccia; averlo arrotondato e compattato dentro un idoneo contenitore; avere visto e goduto del colore così sublimemente candido e morbido e averne respirato il profumo che nulla ha a che fare con quello che si compera già pronto… Non so se è la freschezza a conferirgli quel vero e proprio “profumo di burro al naturale”, fatto in casa, so però che di certo è molto più buono e per niente fastidioso (premetto che appunto quello che si trova e si compra nei frigo dei supermercati, a me, come odore, non piace molto).
Da 400 ml di panna ne è venuto fuori un bel panetto di burro (metà l’ho portata questa mattina alla mia nonna… Mi sento un po’ Cappuccetto Rosso…) e 250 ml di latticello, che ho usato subito subito per fare un dolce.
Lascio qui un piccolo reportage post-produzione.. Baci a tutti ^_^  … e click su “Presentazione”. January 06 Con tutta questa neve, questo candore. E questa parte di mondo bianco
magico che sembra disegnato, con luci e colori lucenti e contrastanti,
sembra Natale una seconda volta.
La mia auto la vedevo dal balcone di casa mia stamattina presto,
sommersa da quei cristallini bianchi che scendevano lievi ma
incessanti da chissà quale sorgente. Così mi sono imbottita per bene,
ho messo gli stivaletti di mamma, mi sono munita dell'occorrente
necessario per spalare e sono scesa in cortile. La macchina ora riposa
tranquilla in garage, al sicuro e al riparo.
*
I semafori sono gli unici colori che si oppongono al dominio del
bianco, così come anche le cupole di tessuto di alcuni ombrelli
colorati che vagheggiano sopra le teste di alcuni passanti.
I fari delle auto si disperdono, la loro luce è vana confronto a quella circostante.
La mia macchina fotografica è immobile sul cavalletto, posto
all'altezza della finestra della mia camera. Aspetta ansiosa un altro
mio comando: mi ero presa del tempo per scrivere queste poche ma intense righe dettate dal mio sguardo su questa parte di mondo. November 02 "Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo 'Se una notte d'inverno un viaggiatore' di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto. La porta è meglio chiuderla: di là c'è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: ' No, non voglio vedere la televisione!' Alza la voce, se no non ti sentono: 'Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!' Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: 'Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!' O se non vuoi non dirlo: speriamo ti lascino in pace."
>> Incipit di "Se una notte d'inverno un viaggiatore" di Italo Calvino - 1979
Questo è uno di quei libri che ti incantano e ti fanno esclamare: "geniale!" davvero geniale.
Ecco come il grande Italo Calvino descrisse questa sua originale opera: «'Se una notte d'inverno un viaggiatore' è un romanzo sul piacere di leggere. Protagonista è il lettore che per dieci volte comincia a leggere un libro che, per vicissitudini estranee alla sua volontà, non riesce a finire. Ho dovuto dunque scrivere l'inizio di dieci romanzi di autori immaginari. Tutti, in qualche modo, diversi da me e diversi tra loro.»Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino è un iper-romanzo. Sostanzialmente un
gioco in cui Calvino ostenta in modo quasi provocatorio i suoi
"trucchi" di narratore. Il protagonista è il lettore. "Io Lettore" sono
in una stretta morsa dialogica direttamente con l’autore, il quale mi
parla dandomi del tu, scaraventando ogni logica comune della narrazione
tradizionale. E questo lo trovo fantastico.
Ha come caratteristica quella di non avere né un inizio né una
fine, "ma solo molteplici punti di entrata e di uscita" perché come
diceva Calvino "il mondo di fuori per definizione è continuo, non ha
limiti visibili", e l'inizio è appunto un atto di limitazione, di
interruzione del continuo... come ne "Il castello dei destini incrociati", dove «ogni racconto corre incontro a un altro racconto» perché, come descrive uno dei personaggi:«mentre un commensale avanza la sua striscia un altro dall'altro estremo avanza in senso opposto, perché le storie raccontate da sinistra a destra o dal basso in alto possono pure essere lette da destra a sinistra o dall'alto in basso, e viceversa, tenendo conto che le stesse carte presentandosi in un diverso ordine spesso cambiano significato, e il medesimo tarocco serve nello stesso tempo a narratori che partono dai quattro punti cardinali»
Qui Calvino mette in rilievo quanto sia limitata la nostra scrittura (più in generale, la scrittura occidentale): infatti una testo, una pagina scritta, può essere letta solo in maniera lineare, da sinistra verso destra e dall'alto verso il basso. Il tarocco invece, il suo rettangolo, offre una molteplice lettura... e questo "simbolo" rappresenta la fluidità tipica del racconto orale, di una conversazione, del pensiero... un po' come il famoso "flusso di coscienza".. fatto di mezze frasi, frasi a metà. Ecco com'è allora strutturato un iper-romanzo, una rete in cui confluiscono molteplici percorsi. E a questo modello di iper-romanzo si è certamente ispirato alla famosa Biblioteca Babele di Borgers, una biblioteca infinita, multicentrica.
Tornando a Se una notte d'inverno un viaggiatore è strutturalmente particolarissimo, un insieme di racconti di
diversi viaggiatori, dove ogni racconto contiene altri inizi di
racconti (un'inclusione di una storia in un'altra) ed è il Lettore
stesso, con la L maiuscola, in quanto protagonista, che si trova di
fronte ad una molteplicità di inizi. Quindi il romanzo consiste in
tentativi da parte del Lettore di entrare nel testo, di addentrarsi, di
andare avanti... tentativi che però lo lasciano deluso poiché il testo
a sé stante, cioè il libro che il Lettore pensava di aver acquistato,
non esiste, gli si presenta invece una molteplicità di punti d'entrata.
October 15 "La filosofia può essere considerata come una cartolina postale che è stata scritta con l'intenzione di arrivare a destinazione ma che in realtà non lo fa. La filosofia che raggiunge la destinazione e che si distrugge in quest'ultima cessa di essere filosofia vera". Da "La carte postale", di Jaques Derrida. Jacques Derrida (filosofo francese) è legato a un movimento filosofico, sviluppatosi soprattutto a partire dagli anni Settanta, noto come "decostruzionismo", corrente critica del Novecento che nega al linguaggio la possibilità di esprimere significati univoci, assoluti e afferma al contrario la necessità di analizzare qualsiasi testo – letterario, filosofico, culturale in senso lato – facendone emergere i conflitti interni e decifrando alcuni dei suoi molteplici, possibili significati. Perché sì, un testo non ha una sola interpretazione ma molteplici (e non entro nel campo della Semiotica perché, come al solito, rischierei di dilungarmi assai). Un testo è inteso come un qualcosa di referenziale, parla di qualcosa a qualcuno, fa parte dunque di una dimensione attiva e non passiva, in cui il lettore è chiamato "in causa" a leggere e interpretare.
October 09 Ochei (quanto mi piacciono le italianizzazioni), in questa foto sono venuta tutto sommato abbastanza (no, in realtà molto) orribile. Sono a dir poco o-sce-na. Ma non potevo non metterla, perché è una foto di un momento che diverrà un bellissimo ricordo: il concerto di Elisa, tenutosi il giorno 7 al Datch Forum. Un ricordo bellissimo non tanto per il concerto, quanto per la compagnia, poi anche per il concerto : ) Un grazie particolare dunque va sicuramente alla dolce Cami, che mi ha fatto davvero un regalo speciale e stupendo. E' stato bello vivere insieme quel concerto. emozionante. Grazie Cami :*
October 06 Come scrivere bene di Umberto EcoIn questa Bustina
Umberto Eco ha tradotto una serie di regole molto popolari tra i
business writer americani. Sono passate di sito in sito e di e-mail in
e-mail, per cui non si sa più chi sia l'autore. Qui l'originale inglese .
1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi. 2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando
necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile)
interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare... indigestione di puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
9. Non generalizzare mai.
10.Le
parole straniere non fanno affatto bon ton.
11.Sii
avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni.
Dimmi solo quello che sai tu.”
12.I
paragoni sono come le frasi fatte.
13.Non
essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è
superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di
qualcosa
che il lettore ha già capito).
14.Solo
gli stronzi usano parole volgari.
15.Sii
sempre più o meno specifico.
16.L'iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17.Non
fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18.Guardati
dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
19.Metti,
le virgole, al posto giusto.
20.Distingui
tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non
è facile.
21.Se
non trovi l’espressione italiana
adatta
non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso e! tacòn del
buso.
22.Non
usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come
un cigno che deraglia.
23.C’è
davvero bisogno di domande retoriche?
24.Sii
conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole
possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che
inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo
discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che
è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni
inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo
nostro tempo dominato dal potere dei media.
25.Gli
accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà
sbaglia.
26.Non
si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo
maschile.
27.Non
essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
28.Neppure
i
peggiori
fans
dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
29.Scrivi
in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche,
e simili.
30.Nomina
direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così
faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore
del 5 maggio.
31.All’inizio
del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il
lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che
vi sto dicendo).
32.Cura
puntiliosamente l’ortograffia.
33.Inutile
dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34.Non
andare troppo sovente a capo. Almeno, non quando non serve.
35.Non
usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una
pessima impressione.
36.Non
confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti
sbagliato.
37.Non
costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle
premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero
dalle conclusioni.
38.Non
indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati,
nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano
come altrettante epifanie della differanza grammatologica e
inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se
risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica
– eccedano comunque le competente cognitive del destinatario.
39.Non
devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40.
Una frase compiuta deve avere.
tratto
da: Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Bompiani 2000 October 04 Federico, se mi leggi.. vai a questa bellissima domanda sul nostro adorato sito di "domande&risposte"... c'è da mettersi le mani nei capelli: domandayahoo La domanda è "Plis o bisogno di agliuto se mi capt rx ?"
........... alla cortese attenzione di tutti gli utenti ...........
se qualcuno fosse in grado di tradurmi questa domanda non esiterei a ringraziarlo con tutto il cuore, perché io questa volta non ne sono proprio venuta a capo.. forse perché ero (e sono) troppo concentrata a disperarmi. Ritornando dunque al mio post di qualche giorno fa sull'italiano e il suo cambiamento nell'era moderna/tecnologica... qualcuno mi diceva che non biasimava tale linguaggio, abbreviazioni e quant'altro e che anzi, delle volte sono necessarie le abbreviazioni, per via del tempo, della semplicità di espressione etc. etc. ... Beh, fossi in loro mi ricrederei. September 29 Non
tutte le persone che scattano fotografie sono artisti. Il fotografo
artista è colui che ha occhio artistico per l'appunto. Cosa significa
avere occhio artistico? Non so se esiste una definizione, ma ecco
quello che penso io. Avere occhio artistico significa principalmente
fotografare con un senso. Sapere cosa si vuole esprimere con quello
scatto, sapere cos'è che si sta racchiudendo in quel (ri)quadro
fotografico. Della serie: Perché stai fotografando quell'oggetto? E
perché proprio in quella posizione, perché da quell'angolatura e perché
dai alla luce la possibilità di entrare in macchina da quella
provenienza?
Beh ecco.. a dire il vero per chi non ha occhio artistico il problema propriamente non c'è: queste domande neanche se le pone. Io
vedo molte persone che pubblicano propri scatti su siti di fotografia
.. di monumenti, di paesaggi, della luna, del sole.. Ammesso e concesso
che ogni foto è soggettivamente emotiva e solo POI lo è oggettivamente
e, questo oggettivamente, neanche sempre perché dopotutto una foto la
si fa (o almeno così dovrebbe essere) perché la si ritiene bella per
sé, secondo il proprio parere, il proprio punto di vista. Una cosa può essere emozionante per me
ma può non esserlo per milioni di altre persone; come potrebbe essere
invece bellissima per altrettante persone e piacere quindi alla
maggior parte. Dipende. Ma ci sono alcune foto che io proprio non capisco. Sì, proprio così, non le capisco. (Si
possono avere foto ricordo, ma che senso ha pubblicare su un sito
dedicato a foto di un certo livello foto di monumenti che, a ben
vedere, davvero non dicono nulla. Non esprimono.) Che senso ha, per
esempio, una cattedrale, fotografata per di più centralmente (la cosa
più orribile e statica che si possa realizzare, non ha dinamicità una
foto siffatta), dai colori indubbi, poca luce, nessun contrasto,
nessuna particolarità; magari la parte superiore anche tagliata. Alcune
foto non hanno senso, questo è quanto. E non sto scrivendo tutto ciò
per giudicare, né per criticare, ognuno fotografa ciò che vuole
ovviamente, l'opera fotografia è come l'opera letteraria: ha un corpus
aperto, chiunque può scrivere senza che qualcuno gli abbia attribuito
il potere.
Ma il punto a cui volevo arrivare è un altro. Perché alcune foto non hanno senso? Ed è qui che è cominciata la mia
ricerca del rapporto tra conoscenza e giudizio estetico. Ed ecco come
ne sono venuta a capo.
Una sola premessa. Ciò che scrivo lo
ritengo valido 'per la maggior parte' 'perlopiù', ma non
'universalmente'. Esistono sempre - SEMPRE - le eccezioni (che
addirittura spesso divengon consuetudini, talvolta regole. E' bene
quindi ricordare che c'è sempre un "ma" ).
Il genere estetico ha
come referente sempre la percezione e l'esperienza estetica di un
soggetto che fruisce un'opera. Questa modalità determina il valore in
base al sentimento(proprio) piacevole o spiacevole. Il genere
estetico è dunque il giudizio che noi costruiamo sulla nostra
esperienza, non è arbitrario ma è ancorato alle nostre personali
conoscenze, conoscenze che Noi abbiamo dell'oggetto. Il valore
estetico è sempre e solo un valore che un oggetto ha per qualcuno, a
seconda della sua personale esperienza e non un valore insito
nell'oggetto.
Detto e confermato ciò, mi ritrovo ad avere
un'opinione ora che è un vero e proprio paradosso, se confrontata a
quella con cui ho aperto questo post. Se è vero che il valore è un
riflesso dell'esperienza propria, allora non sarebbe corretto sminuire
un'opera (in genere, oltre che fotografica anche letteraria) che mi
sembra ingenua, insensata.
Tutto può essere arte, e anche no.
Tutto sta nell' i n t e n z i o n a l i t à del mittente/artista e
nell' e s p e r i e n z a che egli ha dell'oggetto.
"Per
riconoscere se una cosa è bella o no, la riferiamo al soggetto, al suo
sentimento di piacere o dispiacere. Il giudizio di gusto non è un
giudizio di conoscenza, quindi logico, ma è estetico e, quindi,
soggettivo" > Kant
"La bellezza delle cose non è una qualità delle cose stesse: essa esiste soltanto nella mente che le contempla" > Hume
Non
si può dare nessuna regola oggettiva sul gusto che determini che cosa
sia o no bello. L' "assoluta verità" di un giudizio è, in quanto
estetica, una universalità soggettiva, riferita alla sfera dei
giudicanti; il giudizio è suggerito dalla riflessione del soggetto
sulla propria esperienza.
@ Simo. Questa postilla è per te: devi scusarmi se ancora non ti ho risposto, se ho lasciato argomenti (belli, importanti e interessanti) in sospeso. TI chiedo scusa non perché 'te lo devo', ma perché sinceramente mi interessa davvero risponderti; sei la prima persona con cui ho instaurato tramite il blog - e quindi tramite i miei argomenti - un bel dialogo, sui discorsi più diversi e soprattutto riuscendo a viaggiare da un discorso all'altro come niente, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, come se tutto ciò di cui si parla fosse un tutt'uno.... o almeno, così è come lo rendiamo noi con il nostro modo di dialogare e di parlare delle Cose. In questi giorni tendo però a sentirmi come una donna incinta che deve partorire: come se tenessi in grembo un bambino e fosse arrivato il fatidico giorno: non posso tenerlo dentro, devo farlo uscire, devo partorirlo questo bambino. Il bambino è il pensiero. Il parto è la stesura della creazione mentale, di quel pensiero. Metafora, questa, per dire che ciò che sento di voler scrivere in questi giorni non può aspettare, non deve aspettare, al diavolo tutto il resto mi vien da dire (non tu ovviamente, è per dire ;). Scrivo sempre per necessità, per bisogno personale. Non appena mi 'fermo' un attimo con lo studio (ossia non appena avrò dato l'esame tanto atteso .. e non chiedermi il giorno perché tanto non lo dico :) cercherò di recuperare qualcuna - se non tutte! - delle cose lasciate indietro.
Un bacino, a te, Simo.
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